f&aVINCENZO SARDELLI | All’Accademia di Firenze si conservano sei opere michelangiolesche definite Prigioni. Sono statue apparentemente incompiute: uomini che sembrano emergere dolorosamente dalla pietra. È il tormento dell’uomo, di liberarsi dalla corporeità per avvicinarsi all’ideale.

Abbiamo la stessa sensazione di lotta tra materia inerte e anima della materia (nella fatica di farsi carne) vedendo Fanny&Alexander al Teatro I di Milano. Sia in Discorso Grigio sia in Discorso Giallo, i due monologhi in scena, assistiamo a questa dialettica tra persona, attore e personaggio.

C’è addirittura una compresenza di figure nell’atto stesso di presentarsi al pubblico. L’attore è in crisi, in dissidio con le molteplici identità dei suoi personaggi, in una lotta che è caos e trasformazione.

La drammatizzazione è algida, robotica. Avete presente quando si dice di un attore che entra nel personaggio, o che persona e personaggio sono una cosa sola? Bene, con Fanny&Alexander è tutto il contrario. Il loro teatro è un’allegoria delle infinite dimensioni che ci contrassegnano, maschere che indossiamo. Ognuna autoreferenziale e indipendente, eppure in relazione con le altre. Ritagli dell’identità frammentata e parossistica cara a Pirandello. Ma con una resa, indifferente e apatica, che ricorda Moravia.

In Discorso Grigio (ideazione Luigi De Angelis e Chiara Lagani, drammaturgia Chiara Lagani, regia Luigi De Angelis) Marco Cavalcoli, andatura caracollante, microfono in mano, si presenta sul palco con cuffie alle orecchie con cui mostra di interagire, quasi eterodiretto. La sua performance è intrisa di un’ulteriore presenza dunque, stavolta fuori scena. Il che spiazza ulteriormente il pubblico. Cavalcoli sciorina uno stock di parole futili, slogan, motti retorici, che dal fascismo al (post?) berlusconismo contrassegnano la scena politica italiana. Un sottofondo sonoro metallico s’intreccia a ovazioni e applausi (a cura di The Mad Stork).

È una fiera delle vanità verbali, accompagnata da schizofrenia, tic nervosi e gesti convulsi. Che ci sia uno studio, in quest’arte di comunicare viziosa e ammorbata, è palese. L’oratoria classica come sequenza di informazioni da trovare, organizzare, contestualizzare ed esporre, è mandata alle ortiche in questo puzzle fantomatico. Discorso Grigio caratterizza il politico trombone. Ma sulla denuncia prevale il chissenefrega. È lo schizzo di un governante fanfarone, Zelig camaleontico ipocrita e contraffatto, somma di vari stereotipi: Cettolaqualunque, il Divo, il Caimano. I cenni drammaturgici, lambendo Duce e Fuhrer, virano verso derive celoduriste verde-ramarro o eccessi tranchant da Grillo parlante. Inviti a “voltare pagina” e “dialogare con le parti sociali”, riferimenti alla Costituzione, alla coscienza democratica, alla civiltà di riconoscersi reciprocamente, alla dignità delle donne, ai bisogni dei giovani: sono tutte formule vuote, meccaniche, ripetute da un personaggio ibrido che chiude indossando un capoccione cavalcol-berlusconiano. E mani gigantesche, per meglio manipolarci.
Un bel lavoro, che esprime anche a livello mentale il nostro disappunto durante i comizi di chi governa: fastidio alle orecchie, nessun coinvolgimento emotivo.

È il presupposto anche di Discorso Giallo. Qui si riflette su quel megafono del populismo che è la televisione.
Tv cattiva maestra, diceva Popper. Alle origini non era così. La Rai pedagogica elevava le masse. Chiara Lagani si presenta in scena da scolara, grembiule nero, fiocco giallo. Giallo come il cartellino dell’arbitro, o i parcheggi a prova di tassametro. Come il semaforo, che non sai mai se arrestarti o accelerare.

Giallo borderline è anche la prova dell’attrice, bimba-adulta, allieva-maestra, concorrente-conduttrice. Posseduta da così tanti personaggi che ci vorrebbe l’esorcista.
Non abbiamo vissuto quell’epoca. Eppure rimpiangiamo Non è mai troppo tardi, il maestro Manzi, rassicurante e didascalico.
Lagani non entra nel personaggio. Ammicca a un’epoca. Restituisce ritagli ingialliti di quel pubblico, gli occhi sgranati sul futuro, la fatica e la voglia di crescere.

Non a caso quando si arriva agli anni Ottanta, ai piccoli fans catapultati sul palco da Sandra Milo con quel po’ di sottofondo commerciale, Lagani comincia a percuotersi il viso con qualche scappellotto. Con una voluttà masochista che ricorda le bottigliate sui testicoli di Tafazzi negli sketch di Aldo Giovanni e Giacomo.
Anche le luci diventano horror, tra sorrisi fatui e dialoghi nevrotici a più voci, risa sguaiate e atmosfere alla Hitchcock.
È il viatico all’ulteriore deriva patinata dei talent di Maria De Filippi, con codazzo volgare che fa leva sulle emozioni di pancia degli italiani. Ed ecco l’attrice indossare il faccione basito di Maria Montessori, madre di una pedagogia ormai dismessa, irriducibile al regresso culturale del Belpaese. Forse è vero, Non è mai troppo tardi. Però, si stava meglio quando si stava peggio.

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