Orare et sonare

ELENA SCOLARI| L’ultima volta che vidi mio padre è un dramma musicale animato – soggetto, sceneggiatura e regia di Chiara Guidi. Una messa sonora per un padre perso e rincorso nell’ultimo lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio.

Capita di andare a teatro bendisposti ma anche guardinghi, capita quando si sceglie di vedere uno spettacolo di una compagnia cui sei affezionato da tempo e di cui hai visto alcuni capolavori. C’è la curiosità, l’aspettativa e anche il timore di rimanere delusi. Come quando vuoi molto bene a qualcuno e speri di poter andare sempre orgoglioso di quello che fa nella vita.

Questa era la situazione di qualche sera fa, mentre mi accingevo ad assistere a L’ultima volta che vidi mio padre,  recente produzione della “trasgressiva” Socìetas Raffaello Sanzio, compagnia cesenate fondata nel 1981 da Romeo Castellucci e diventata nota su larga scala a metà degli anni ’90. Alcuni degli spettacoli simbolo di questo gruppo (Buchettino, Orestea, Giulio Cesare, Viaggio al termine della notte) avevano squarciato un velo di uniformità impiegatizia nel teatro italiano e non, grazie ad una forza immaginifica e violenta e raffinatissima che colpiva cuore e mente.

Negli anni si sono sempre più distinti gli interessi e i talenti dei componenti la compagnia, Chiara Guidi ha sempre curato l’aspetto sonoro degli spettacoli, e in questo “dramma musicale animato” mette una summa della sua ricerca.

E’ un genere di teatro nel quale lo spettatore impiega un po’ ad entrare. A nostro parere bisogna rinunciare a capire razionalmente ogni gesto e ogni azione sulla scena e costruire un percorso personale all’interno dello spettacolo. Questa scelta permette di dare una lettura emotiva ma sensata di ciò cui si assiste: noi abbiamo visto (e soprattutto sentito) una messa visiva e sonora, officiata da tre figure femminili/figlie di bianco vestite, in onore di un padre amato e ormai lontano.

La scena potrebbe essere l’interno di una chiesa, le attrici (Sara Masotti, Alessia Malusà, Federica Rocchi e la stessa Chiara Guidi) si trovano ad un alto altare/bancone da lavoro e compiono una serie di operazioni “rumorose”: martellano, picchiettano, spacchettano, fanno rotolare cose, accartocciano, battono, sfregano, spostano… tutti i suoni di queste azioni si fondono in una specie di musica, poi entrano due strumenti veri ad accompagnare, un violoncello e un clavicembalo suonati dal vivo.

Le tre donne protagoniste, triplice moltiplicazione della figura di figlia, si rimbalzano le poche battute del testo, si fanno eco l’una all’altra e creano un altro piano sonoro con le loro voci, che si muovono nello spazio: da una balaustra, sotto il bancone, su una scala. Dalle vetrate colorate di una cattedrale accennata esce poi un coro di bambini, a sottofondo del tutto, come tanti figli di quel padre chiamato e richiamato ma assente.

Pieni di struggente malinconia, quindi bellissimi, i disegni animati in bianco e nero di Magda Guidi, Sergio Gutierrez e Andrea Petrucci, su uno schermo che fa il controcanto d’immagine a questo concerto di famiglia.

Non importa se non ci è sembrato tutto intelligibile, al di là di una certa propensione a prendersi forse un po’ troppo sul serio, il risultato della Guidi è bello. Il sentimento della malinconia è tra i più affascinanti, e ritrovarlo in tanta high tech sonora non era facile.



Categorie:Recensioni, Scena, Teatro

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