Michaela Spiegel. Lo sguardo dissacrante di una viennese-parigina

Micaela spiegel_doppia_de_beuavoir[1]MARIA CRISTINA SERRA | Una continua ricerca artistica, capace di mantenere distanza ironica da eventi e difformità sociali e politiche. Fascinazioni del mondo femminile, nella cornice vintage, in un continuo viaggio tra Parigi e Vienna (fino al 13 novembre all’Albertina Contemporary), con una sosta ad Artissima Torino dal 4 al 6.
L’universo creativo dell’artista viennese Michaela Spiegel si schiude in tutta la sua complessità attraverso la porta di legno della sua casa-atelier, che si affaccia su una piccola corte fiorita, nel cuore più autentico del Marais.
Nel suo charme di artista moderna e dissacrante, capace di allietare i sensi e l’anima, affiora lo spirito della “Grande Vienna” inizio Novecento, attraversata da quei rinnovamenti ideali e culturali che la resero la capitale intellettuale dell’Europa. Erano gli anni della nascita della psicanalisi con Freud, dei fermenti artistici della “Secessione” con Klimt, Schiele, Moser, e della grande letteratura di Schnitzler, Musil e Roth. Radici importanti e determinanti. I sentimenti dell’animo umano, la vacuità del potere, la ricchezza della creatività femminile, i sogni, la sessualità, i pregiudizi, “i vizi privati e le pubbliche virtù” sono i temi che ricorrono nelle opere di questa raffinata, rigorosa ed originale artista, che con “metodo dadaista” associa le parole alle immagini, mescolando tra loro pittura, fotografia, grafica, collage e video, per disvelare con sottile ironia le sfaccettature dell’intimo femminile, libero da stereotipi. Ci si può fare un’idea dell’opera dell’artista viennese sfogliando il suo “catalogo virtuale”, con cui ha scelto di comunicare la sua arte, affidandosi al WEB.

Nel video, “Schulungshefte” (in fondo a questa pagina), lei illustra un divertente manuale di “anatomia e lussuria” per signore del secolo scorso, e non solo. In un altro video “Institut Fur Heil und Sonderpadagogik”( nome dell’omonimo Istituto di ricerca creativo da lei fondato nel ’95) le immagini si susseguono velocemente, sintetizzando un percorso artistico iniziato nell’82 all’Università di Arti Applicate di Vienna e proseguito alla Scuola di Belle arti di Parigi. “Le donne”, spiega Michaela Spiegel, “devono essere in grado di scegliere da sole i loro propri ruoli-simboli. Essere riconosciute donne artiste al giorno d’oggi è possibile solo se almeno una volta nella vita si è state anoressiche”, è la sua provocazione di “artista politicamente non corretta”.

Una metafora di un viaggio introspettivo doloroso, per riportare a galla quei luoghi sotterranei dell’anima, che le ossa spolpate dalla carne possono rilevare senza pietà, come nella serie “ANNO…REX…IE”. Corpi aggraziati e fragili di donne nude decorano, in sequenze cariche di ambiguità, piatti di porcellana: un insolito cibo per indurre la mente ad una decodificazione fra l’immagine conforme agli standard mediatici dominanti e quella del proprio vissuto più profondo. I sex-symbol imposti dalla società degli uomini, costringono le donne ad assumere le sembianze di una caricatura di se stesse. E questo non avviene solo nella TV italiana”, precisa la Spiegel, che già nel 2006, nella sua geniale serie “Catastrophies sexuelles”, surreale galleria di ritratti, aveva inserito fra le celebrità coinvolte in scandali sessuali anche un compiaciuto Berlusconi. Scandalosa, tanto da censurarla, creando un caso diplomatico con Vienna, fu considerata la sua installazione “Reagenzglaser/Test Tubes”, alla mostra “Arthur Schnitzler/Amore e affetti” a Trieste nel 2008: le delicate sculture in vetro di Murano evocanti preservativi, insolito tributo all’erotismo letterario dell’autore di “Doppio sogno”, furono rimosse.

Alcuni suoi disegni, attualmente esposti alla Albertina Conteporary, della serie “MADIZYNISCHES NACHSCHLAGWERK”, sono collegati da un gioco di parole che sottintende la complessa relazione psicosessuale delle cosiddette “ragazze ciniche”. Il gusto per l’assurdo, il contraddittorio, il bello, il coreografico, convivono in un ordine mai casuale nei suoi lavori, avvolti ogni tanto da un filtro sognante, che ci ricordano quei souvenir “boule-à-neige” con i panorami innevati e incantati.

Il passaggio alla mostra internazionale “Artissima” di Torino (“che si appresta ad accendere Le luci dell’Arte su piazze e musei), appuntamento immancabile di arte contemporanea, è un’occasione ideale per godere della sua creatività e anche un gesto riparatore al grave sgarbo istituzionale ricevuto a Trieste.

La sua scelta del vintage come sfondo su cui dipingere (broccati e sete) o adornare i suoi lavori (foto, cartoline, oggetti), è per centrare il cuore dei temi, rivelando le storie segrete, nascoste dietro le apparenze, anche attraverso giochi di parole liberamente associate. Così il “doppio ritratto” di Simone de Beauvoir, nuda, senza falsi pudori, nella mostra “Le deuxieme sexe et autres” alla School Gallery di Parigi è una presa di coscienza sulla forza travolgente del pensiero liberato dai tabù. Arabeschi damascati circondano il viso di Rosa Luxemburg, genio politico e anima gentile. Il colletto di pizzo e il fondo di seta preziosa evidenziano lo sguardo volitivo di Bertha Pappenheim, antesignana del femminismo, e della rivoluzionaria Alexandra Kollontay. Wallis Simpson è circondata dai suoi carlini con la zampina alzata nel saluto hitleriano. La “cattiva ragazza” Ulrike Meinhof sorridente e con le treccine è accompagnata da bambine in trine e fiocchi: l’innocenza perduta nella ricerca ossessiva di un’indipendenza fuori dall’ordine sociale. Mentre l’imperatrice Sissi (come le debuttanti al Gran ballo) è imprigionata da una corona di diamanti che si trasforma in un diadema di spine. Medaglioni celano sotto vetro la “Raccolta di peli pubici di Marie Bonaparte”, allieva di Freud che ricercò i segreti della sessualità femminile. In un elegante cofanetto di raso, come un “laboratorio sperimentale portatile”, alcune “ampolline della delicatezza femminile” contengono discretamente gli indicatori dell’eccitazione sessuale.

“L’arte per me è un indicatore dello stato d’animo della società”, spiega la Spiegel, “come un termometro culturale, a seconda del tipo e del modo di usarlo. Io personalmente preferisco quelli moderni, digitali, che si posano sulla fronte e si possono leggere in qualsiasi lingua, piuttosto che quelli più folcloristici che si usavano una volta. Ma riconosco che quest’ultimi misurano perfettamente gli incantesimi musicali di certi affabulatori populisti”.



Categorie:Arte, Reportage, Video

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