Quando l’arte racconta Camus

camus-2_loulou-picasso1MARIA CRISTINA SERRA | Percorrendo le stradine accanto al Centre Pompidou, fra le solennità gotico-fiammeggianti della chiesa di St. Merry, stretta fra le case e la leggiadria delle sculture animate “nouveau réalisme” di Niki de St.Phalle nella fontana Stravinskij, si arriva alla Galleria Tolmar, punto d’incontro e tendenze d’avanguardia, luogo di scambio di idee e di dibattiti.

Quattordici artisti, impegnati in differenti ricerche espressive, si sono ritrovati (sino a fine Maggio) per affermare, ancora una volta, la capacità dell’arte di mettere in discussione le certezze di facciata. Il tema dell’Innocenza fa da collante, il pensiero di Albert Camus da filo conduttore, attraverso un itinerario espositivo di grande suggestione: dipinti, disegni, installazioni, video, fotografie, per un omaggio al grande scrittore franco-algerino e disvelare le ipocrisie della società e i mali del presente. Lo spazio limitato della galleria si amplifica in tre direzioni di racconto: “L’infanzia o l’ illusione dell’innocenza; il tempo della colpevolezza; l’innocente dissidente o la figura del’Idiota”.

Gli artisti (Yassine Balbzioui, Raed Bawayah, Corine Borgnet, Katia Bourdarel, Arnaud Cohen, Jessy Deshais,Mounir Fatmi, Jamila Lamrani, Jacques Lizène, Luna, Moolinex, Loulou Picasso, Lionel Scoccimaro, Michaela Spiegel) sviluppano a loro modo le tematiche, lasciando agli spettatori la libertà di evocare il loro vissuto e interpretarlo nel presente. “Seules les pierres sont innocentes” sono le parole lapidarie che l’esistenzialista “sui generis” scagliava dalle pagine de “L’uomo in rivolta”, del ‘51, opera che suscitò scompiglio e aspre polemiche nel mondo intellettuale e la rottura con Sartre. E la definizione che Camus diede di sé “non sono né un romanziere né un filosofo, ma piuttosto un artista che crea dei limiti a misura della sua passione e della sua angoscia”, ci fa da guida.

Le adolescenti di Corine Borgnet, emergenti dall’acqua, hanno l’inquietudine dell’anima e la malinconia del mondo simbolista, reale o sognato, di Redon. Velate di solitudine e misteri si perdono in storie intime, frammentate, alla ricerca di una innocenza perduta. La delicatezza dell’installazione di Jamila Lamrani, “Bribes”, delimita un’oasi di speranza fra le illusioni perdute. Le garze, il tulle, i delicati tessuti ricamati in trasparenza rievocano la magia della sua terra, il Marocco, prendono forma e volumi, si riempiono della tensione fragile e al tempo stesso forte della sua arte, intenta a riannodare i fili del non-detto fra la violenza dell’esistenza e la dolcezza della memoria.

Appese al soffitto, galleggiano nella sala come lampade, “les petites coulottes”, di Jessy Deshais, irrigidite da uno sciroppo di acqua e zucchero e rifinite da ingenui merletti. Dalla strada, al di là della vetrata, attirano la curiosità dei passanti con la loro dissacrante ed elegante ironia, oscillante fra il candore e la perversione. “Hanno il peso di una piuma, la fragilità di un’ala di farfalla e il grido sordo della violenza”, dice l’artista. Hanno innocui disegnini, denti minacciosi, occhi languidi o macchie sulle quali è ricamata con perline la parola “shit”.

Nativo di Tangeri, Mounir Fatmi, va diritto al cuore del problema: decodificare l’ambiguità e la manipolazione delle immagini che, saturando il nostro immaginario, trasformano la violenza e l’ingiustizia in consuetudine senza peso né significato. Il suo è un punto di osservazione privo di convenzioni, teso a far affiorare “il mostro dominante in ognuno di noi” e la morbosa curiosità voyeuristica che riduce a spettacolarità il dolore e la tragedia reale. Nel suo video “Dieu me pardonne”, si scontrano e si integrano immagini strappate dai loro scenari in sequenze e dissolvenze che creano un effetto soft, estetizzante e anestetizzante.

Al rallentatore si susseguono scene di guerra, morte, erotismo, scadenzate da una musica cantilenante, in un crescendo martellante.

Il San Sebastiano contemporaneo di Arnaud Cohen ha la forma aerodinamica di un caccia, ricoperto da una rete rossa e trafitto da una freccia: una rivisitazione metaforica di doppiezza fra paganesimo e sacralità. Raed Bawayah, fotografo palestinese di rara sensibilità e purezza stilistica, penetra nell’alterità e le lacerazioni della vita per ridare voce ai silenzi dimenticati. I suoi “Territori Occupati” sono ripresi nel quotidiano alternarsi di “normalità” e follia, riflettono la condizione umana nella sua universalità di forza e debolezza. “Le mie foto”, dice, “sono ritratti di uomini e donne, vecchi, bambini, immigrati, europei, malati mentali, guerre psicologiche e speranze sotterranee”. La sua foto, simbolo stesso della Pietà (“l’unica legge dell’esistenza umana”, scriveva Dostoevskij), fa parte della serie Deadline, scattata in un ospedale psichiatrico a Betlemme. Una denuncia commovente e fragorosa di paure, pregiudizi e barriere che ogni società erige verso il diverso, o l’Idiota eversivo.

L’ironia feconda, colta, sofisticata di Michaela Spiegel, che si destreggia tra molteplici codici espressivi, per ricomporli poi con spirito dadaista, ci ricorda come l’Arte sia il termometro che misura lo stato esistenziale della società. L’artista viennese (impegnata per l’imminente riapertura del Palais de Tokyo e nella mostra alla Galerie Nuke ”Beautiful Penis”, considerazioni sulla bellezza del corpo maschile e la sua assenza dalle opere delle artiste) espone qui la serie “Immagini d’infanzia perduta”, foto vintage rivisitate e decontestualizzate con piccoli interventi dipinti e giochi di parole.

“Per distruggere le immagini dell’infanzia santificata”, spiegala Spiegel: “Una volta le foto erano un privilegio riservato ai bimbi ricchi o molto religiosi. Mi servo delle immagini vintage, perché penso che non si possa costruire l’avvenire, senza riflettere sul passato – dunque sulla Storia”. Così, teneri infanti nudi accarezzano i loro spropositati organi genitali aggiunti; estasiate bambine con gli abiti della Prima Comunione accavallano le gambe inguainate in nero; altre in abiti di mussola e fiocchi tra i capelli hanno accessori sado-maso, cestini di fiori e bombe a mano; sguardi innocenti e i segni delle future perversioni. “Io corrodo le immagini della rispettabilità, ma sempre con una sorridente ironia”. Conturbante è la maternità della ragazza, ferita nell’anima e nel corpo, della “Rivoluzione triste” di Loulou Picasso (cofondatore del Collettivo Bazooka), mentre è dilagante il sarcasmo nella serie fotografica “Les Octodedégénérés” di Lionel Scoccimarro, ottuagenari privi di pudore che assumono le movenze giocose dei bambini, per allontanare lo spettro della loro decadenza.

Una mostra esemplare, in cui risuonano le parole profetiche di Camus: “Quando il concetto di innocenza scompare nell’innocente stesso, la potenza eretta a valore regna definitivamente sopra un mondo disperato. Perciò un’ignobile e crudele penitenza regna su questo mondo, ove solo le pietre sono innocenti”.

L’inaugurazione alla galleria

Roberto Saviano racconta Camus



Categorie:Arte, Recensioni

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