Riso amaro per “Ferdinando”

Ferdinando CirilloVINCENZO SARDELLI | L’universo piatto di una società deflagrata, la repulsiva forza scatenante di torbide pulsioni e desideri repressi: è nel contrasto la forza di “Ferdinando”, terribile testo di Annibale Ruccello sulla depravazione umana, di scena al Teatro Menotti di Milano con la regia di Arturo Cirillo.
“Ferdinando”, capolavoro beffardo tragico e divertente, in bilico fra insofferenza e incontinenza, disegna personaggi a tutto tondo. Scritto nel 1985 con canoni veristi, è quasi un’eccezione nell’opera di Ruccello, autore stabiese scomparso troppo giovane, capace di penetrare con forza le pieghe dell’anima svelandone fantasmi e inquietudini.
Sipario. Le figure in scena si compongono immediate, vivide. L’ambientazione risorgimentale richiama atmosfere tra De Roberto e Tomasi di Lampedusa. Nell’agosto 1870 i Savoia, ormai al potere, si avviano a espugnare Roma. In una cadente casa di campagna ai piedi del Vesuvio si arrocca Clotilde, sussiegosa baronessa in disarmo, malata immaginaria fedele ai Borbone. La nobildonna si presenta seduta su un letto rigonfio di cuscini, lunghi riccioli sciolti sulle spalle, camicia da notte, voce lamentosa impastata di un napoletano musicale e aggressivo. Sta recitando il rosario con Gesualda, doppione diversamente crudele, parente-zitella povera, serva-infermiera contro cui Clotilde rovescia il rancore che cova dentro. Di tanto in tanto fa visita alle due donne Don Catellino, untuoso prete-gaglioffo corrotto dagli appetiti terreni, che ha una tresca con Gesualda e subisce da Clotilde le peggiori ingiurie.
La scena cupa e claustrale è composta da un letto a una piazza troppo stretto per gli incontri che dovrà ospitare, un divano, un candelabro poggiato inclinato sul pavimento, allegoria scontata di una civiltà in declino. Dal soffitto piove un enorme drappo, quinta aggiuntiva dietro cui i si spogliano, si vestono, tramano e trescano i protagonisti.
A portare scompiglio è l’arrivo di un giovane parente orfano, esile e glabro, cherubino ossequioso, demonio ruffiano scanzonato. Ferdinando intacca gli ambienti fossilizzati, soffia via l’odore stantio. Le sue ali fanno decollare perfino il candelabro. Efebico e mingherlino, questo Dongiovanni in miniatura scatena gli insospettati rigurgiti ormonali della zia ipocondriaca e i tardivi pruriti di Gesualda, fino a sedurre don Catellino, prete dall’appetito sessuale evidentemente bisessuale e insaziabile nella vicenda di Ruccello, improvvidamente nominato suo precettore.

Scoppiano i conflitti fra i tre protagonisti in sottana, irretiti dal ragazzo, dannato catalizzatore degli equilibri in scena.
La dissoluzione imperversa. I personaggi si lasciano avviluppare dal devastante vortice di lussuria e gelosia. Si abbandonano al peccato con compiacimento. Il violento climax di pulsioni e conflitti frantuma ogni argine morale. È un cimitero di spettri in carne e ossa che terrorizza persino i morti. È un piccolo mondo mediocre e protervo, carico di tensioni, rancori e sogni infranti. I personaggi, terrificanti e disumani, sono macchiette senza coscienza.
Detto questo, è impossibile non confrontare questa messinscena scarna con quella maestosa di Isa Danieli, diversi anni fa. La regia di Cirillo, in altre occasioni più affidabile custode dell’eredità di Ruccello, si nega tutta una serie di sfumature. La scena è priva di quel realismo originario capace di rendere perfino l’odore di candele, medicine, urina, fiori appassiti, lenzuola sporche e rosolio.
Per converso, la proclamata intenzione di Cirillo di “tradire” il testo rimane a metà. I personaggi appaiono grigi e irrisolti. Sabrina Scuccimarra, pur ispirata, non regge pienamente il confronto con la Danieli che, oltre che regista, era stata anche interprete di Clotilde. A maggior ragione Monica Piseddu lascia a metà la costruzione di Gesualda, non crede totalmente nel suo personaggio, gli fa il verso, con un napoletano stretto e aspro che stride con la musicalità intrinseca nel testo. Più credibile il prete, interpretato dallo stesso Cirillo, mentre Ferdinando (Nino Bruno) rimane irrisolto sia come presenza scenica, sia per la recitazione acerba.
Altri elementi di criticità. I cenni musicali scritti da Francesco De Melis sono poco sfruttati; rimangono sottofondo, commento episodico, non dialogano con la sceneggiatura. Le variazioni luminose sono estemporanee. Sono invece mantenute della drammaturgia la componente linguistica e quella antropologica. Pur con le riserve di sopra, è preservato il patrimonio di una lingua napoletana vitale, schiusa a una miriade di sonorità, alle ricche affascinanti contaminazioni di una tradizione millenaria.
Rimane il disperante degrado dei protagonisti, la loro miseria, la loro rabbia perenne, pesante e deforme, che la fragorosa risata finale di Clotilde non esorcizza. La desolata nudità dell’anima tocca corde profonde e tragiche. Diventa segno dell’impossibilità di sperare, sognare, vivere. È un’umanità che boccheggia nell’acquitrino di un presente senza riscatto. “Ferdinando”, comico e surreale, tratteggia una storia che si arresta lungo la strada delle “magnifiche sorti e progressive”.



Categorie:In evidenza, Recensioni, Satura, Scena

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