Le “Incisioni” globali di Danio Manfredini

ManfrediniVINCENZO SARDELLI | Un viaggio attraverso cinquant’anni di musica italiana, per raccontare l’animo umano e il suo bisogno d’amore. “Incisioni”, di e con Danio Manfredini, unica tappa lombarda del 2013 sabato 16 febbraio a Corsico, è un percorso fatto di versi, danze solitarie, immagini e schizzi monocromi proiettati su un velo. Ma “Incisioni è soprattutto musica, canzoni eseguite dal vivo, dalle tonalità livide e graffianti, roche e biascicanti.
C’è un mondo creativo dentro i linguaggi di questo teatro globale. Lo spettacolo è nato dall’input di Cristina Pavarotti e Massimo Neri (che poi l’hanno prodotto, con gli arrangiamenti di Andrea Bellentani) colpiti dalle tonalità canore di Manfredini. Il lavoro di gruppo ha selezionato brani tutti a metà strada tra l’esserci e il non esserci più, tra il riprendersi e il lasciarsi. Con il riferimento autobiografico a un amore durato sette anni e poi perduto, e la conseguente faticosa ricerca di nuovi equilibri.
“Incisioni” è una carrellata tra brani noti e meno noti della canzone d’autore italiana: “I giardini di Marzo”, “Povero me”, “Le tue mani su di me”, “Labbra blu”, “Ancora, ancora, ancora”, “Resta con me”, “Se è vero che ci sei”, “Ci sono molti modi”, “Insieme a te non ci sto più”, “Stupido Hotel”, “Nuotando nell’aria”, “Vento nel Vento”. Sono dodici cover che attraversano la storia della musica pop.
Per Manfredini la canzone è una porta di entrata in certe parti della vita, fa riaffiorare zone dell’immaginario e ricadere dentro mondi attraversati. E lui, in ogni brano, ci mette risonanze personali diverse da quelle originali. È proprio questo il senso di fare una cover.
La versione live intreccia l’aspetto musicale a una concezione più teatrale, che amplifica le suggestioni delle canzoni. Si esplorano le relazioni di coppia, le sfumature dei sentimenti amorosi. C’è l’amicizia, il rapporto padre-figlio, la ricerca del tempo perduto. Emergono, da questo rito canoro animalesco, la fatica dello stare insieme e del costruire, le ambiguità e le complicazioni di ogni rapporto umano. Ogni canzone è un frammento emozionale, un graffio. Tutti i pezzi rivelano una lacerazione. Il titolo “Incisioni” allude proprio alla ferita che lascia tracce indelebili.
Il viaggio parte con l’attore seduto dietro il velo-schermo trasparente. La luce scolpisce forme ed emozioni. Affiora una prigione di solitudini. L’amore cantato è patologia. Danio Manfredini è un fantasma incappucciato, mentre le note della sua chitarra attaccano “I giardini di marzo”. I “nuovi colori” della canzone di Battisti, però, non li vediamo subito, nonostante il girotondo-arcobaleno proiettato sul velo. Poi l’attore si materializza dall’ombra, viene alla luce, trova il contatto col pubblico. Le note allora si fanno intense e arrivano sul palco solide con Marco Bedetti al pianoforte, Marco Maccari al basso, Max Marmiroli all’armonica, Cesare Vincenti e Wilco Zanni alle chitarre.
Il percorso prosegue deciso: pezzi come specchi, sguardi come preghiere. L’attore è assorto, posseduto. Duetta in un ballo virtuale che non è danza né pantomima. Al pubblico sono offerte esperienze: gioiose o malinconiche, gentili, conflittuali, buffe e stravaganti.
Da questo percorso onirico affiorano quei mondi immaginari che nelle versioni originali dei brani erano più materiali. La voce roca di Manfredini è quella di un aruspice che sputa dalle viscere le canzoni ma anche i versi di Mariangela Gualtieri, impastati di cuore e saliva.
Questo spettacolo è tante voci insieme, tanti gesti custoditi in quel tesoro che è il corpo, capace di ogni sorta di escursioni poetiche. Sono immagini di paesaggi interiori che esplorano la condizione umana, che accomunano in uno sguardo empatico attore e spettatore, senza abbandonare la speranza che il bisogno d’amore trovi soddisfazione.

In questo video di qualche tempo fa Manfredini legge una poesia della Gualtieri accompagnato dal violoncello di Giovanni Ricciardi



Categorie:Musica, Novità, Recensioni, Satura, Scena

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