Petitoblok

PetitoblokRENZO FRANCABANDERA | L’impegno dei giovani di Punta Corsara alla ricerca di una loro cifra originale prosegue senza inciampi, e dopo il Monsignor de Pourcegnac presentato ormai tre anni fa al Napoli Teatro Festival, il Petitoblok, che aveva debuttato a Castiglioncello l’estate scorsa e andato in scena in questi giorni all’Elfo di Milano, rappresenta un ulteriore tassello che chiarisce due questioni sulla strada presa dal gruppo.
La prima riguarda il tema drammaturgico: l’intersezione di riferimenti che fanno da ispirazione-pretesto e da cui il lavoro prende il nome, si colloca entro un’indagine più ampia sul senso della commedia nel teatro oggi. Se l’impianto narrativo rimane fedele ai canoni della struttura tradizionale il tentativo nuovo e di natura più “semiotica” è quello di non abbandonare mai una riflessione sul teatro e sui suoi elementi fondanti: la maschera, il personaggio, gli elementi artigianali tipici del territorio in cui Punta Corsara nasce, riletti con intelligenza e capacità di innovazione.
Non ci troviamo di fronte dunque a sgradevoli riletture in salsa fusion di ricette tradizionali, con spezie esotiche e impiattamenti scenicamente roboanti. Anzi. La vicenda narrata è quella di due maschere/personaggi della tradizione, Pulcinella e Felice Sciosciammocca, protagonisti il primo della commedia dell’arte e il secondo di quella rilettura tardo Ottocentesca e di inizio Novecento della commedia che fece poi la fortuna di interpreti del grande schermo del calibro di Totò, Peppino de Filippo ecc. La loro presenza risulta talmente ingombrante ad un presunto innovatore del teatro, teorico del medesimo come luogo della finzione, che costui, come novello Faust, stringe un accordo con La Morte per eliminare le due figurine.
Attorno a questa serie di tentativi che saranno senza esito, si costruisce la vicenda comica e nel complesso ben interpretata di Petitoblok, con la vittoria delle due maschere della tradizione in un’escalation di vicende grottesche in cui ci sarà spazio per un’automa che, come in Blade Runner ma senza tutto quel corredo fantascientifico, sedurrà uno dei protagonisti, sfuggendo alle grinfie del suo Mangiafuoco.
C’è una povertà di cui Peter Brook sarebbe andato fiero, pochi bastoni a delimitare, dal punto di vista scenografico, la vita e la morte, il dentro e il fuori, e che diventano nel finale impalcatura per ricreare uno spazio di teatro nel teatro.
Il corredo musicale è una chicca di raffinatezza melange, con riletture per mandolino di celebri brani di musica classica.
Della fruizione di questo spettacolo, visto alcuni giorni fa, resta una sensazione di vitalità. E’ una messa in scena vivace, non rivoluzionaria ma neanche ascrivibile all’esercizio di stile tout court. E’ un impegno concreto a realizzare un atto creativo necessario quello a cui lo spettatore viene chiamato ad assistere, in cui gli attori lavorano come personaggi e come persone a dichiarare l’immortalità del carattere archetipico della forma culturale tradizionale di un territorio.
E se è vero che, ancor prima di Plauto e di Aristofane e certamente anche prima, il genere della Satura consentiva quella generale riflessione sulle corde dell’allegria dell’accadimento sociale e di quanto della società si riflette sulla scena, questa drammaturgia, che è antinaturalistica di per se stessa per argomento e interpretazione, ci lascia due tre questioni interessanti in tasca. Innanzitutto una chiara memoria di quello cui si è assistito. Fosse un vino diremmo persistenza. Ricordarsi uno spettacolo, un programma tv, un atto creativo dopo alcuni giorni non è scontato. Dopo alcune settimane per la gran parte delle persone è spesso un esercizio quasi impossibile. Petitoblok invece si lascia ricordare.
In secondo luogo un sapore delicato ma non insipido, fiabesco, ma per pretesto. Il recitato ha un’attinenza con il popolare, con quello che potrebbe vedersi perfino in una recita amatoriale, ma ha la capacità di avere quel sapore pur essendo un gesto “professionale”. Perché? Perché il tema che evidentemente interessa il gruppo di lavoro di Punta Corsara è, a prescindere da ogni valutazione di merito artistico, quello di riuscire ad affermare il proprio messaggio in maniera agevole dal punto di vista comunicativo, limitando allo stretto necessario le sovrastrutture della formazione. Insomma si capisce che c’è Brook, ma senza saccenti ed estenuanti atti di pauperismo artistico fine a se stesso, risulta chiara la ricerca sul movimento biomeccanico e sul contributo della scuola russa del secolo scorso, ma senza che l’atto scenico si completi in un’estenuante dimostrazione laboratorial-sperimentale.
Di questo spettacolo potrebbe godere l’intellettuale che cerca i segni delle “presenze” e il ragazzo dal portato popolare e non addomesticato a nessuna somministrazione continuata di kriptonite teatrale. E quindi, tornando a casa, ci si chiede quante, fra le tante creazioni cui si assiste, hanno questa che a nostro avviso resta una caratteristica importante, che consente al teatro di esistere ancora e di essere meccanismo di dialogo e comunicazione nella società. Poche.
Sostenitori come siamo della semplicità come atto rivoluzionario, diamo a Petitoblok un attestato di merito. Non c’è nessuna vera novità che non porti dentro di sè il codice comunicativo con cui l’umanità si è fino ad oggi espressa: perfino la comunicazione a mezzo dispositivi mobili, contro ogni previsione di alcuni anni fa, avviene ancora con l’antico meccanismo della scrittura. Petitoblok è un piacevole lavoro di antichissima modernità.

Un servizio video di trmh24 che sintetizza l drammaturgia e propone alcune immagini dello spettacolo 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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