il Proust di Lombardi-Tiezzi: un amore a metà

Swann iaia-forte-sandro-lombardi-e-elena-ghiaurov-foto-di-marcello-norberthVINCENZO SARDELLI |Coraggiosa la sfida della compagnia Lombardi-Tiezzi di portare in scena “Un amore di Swann”, parte essenziale del primo dei romanzi dedicati da Marcel Proust alla “Ricerca del tempo perduto”, che abbiamo visto di recente alla Sala Ratti di Legnano. Vi è rievocata la passione di Charles Swann (interpretato da Sandro Lombardi), ricco ed elegante signore di mondo, per la famosa demi-mondaine Odette de Crécy (Elena Ghiaurov) elegantemente sensuale, raffinatamente maliziosa, poi diventata sua moglie. Messo al bando dalla migliore società, Swann, timido idealista dal linguaggio forbito, frequenta il salotto di Madame Verdurin (Iaia Forte), ricchissima borghese civettuola e arguta, garrula ruffiana con pretese intellettuali.
Lo sfondo su cui si muovono i personaggi è quello dell’alta società francese d’inizio Novecento. Del testo di Proust la drammaturgia di Sandro Lombardi sottolinea la descrizione minuziosa del milieu parigino moralmente corrotto e vacuo. È un mondo decadente in via di putrefazione. Si vive con la malattia della volontà. Emerge una mediocre qualità del piacere dell’amicizia e dell’amore, tra noia e fatica, tra macchinazioni meschine e autentiche fiere delle vanità. È una società così superficiale da sfociare nel grottesco, ben reso dalla regia di Federico Tiezzi.
L’ambientazione è aristocratica, sofisticatamente mondana. Le luci, sapientemente dosate da Gianni Pollini, creano atmosfere tra l’incantato e il contemplativo. Assecondano gli sfumati psicologici da romanzo d’appendice. Tutto sulla scena (abiti sontuosi soprattutto delle due dame, portamenti, inflessioni linguistiche, riferimenti letterari e musicali) richiama uno spiccato snobismo lontano cent’anni – non a caso l’opera è del 1913 – dalla nostra sensibilità. La scena si presenta come salotto, con una decina di poltrone rosse stile medievale e sedie Luigi Filippo, volteggiando tra le quali i personaggi creano un certo movimento, che consente al dramma di restare perennemente sopra la linea di galleggiamento, senza affondare ma senza neppure mai spiccare il volo.
Le immagini proiettate sullo sfondo, tripudio di fuoco, rose rosse e orchidee bianche, scacchiere stilizzate e rami agitati dal vento, rimandano a una simbologia della passione amorosa che era trita già all’epoca di Proust, ampiamente superata in quell’Italia che dirottava verso il Futurismo.
Difficile per lo spettatore trasfigurarsi in qualcuno dei personaggi in scena, in questa cattedrale gotica grondante zone d’ombra e un moltiplicarsi di corpi accessori e laterali.
Più interessante l’analisi del sentimento amoroso che emerge specie nel finale della pièce. In Swann l’amore è preludio di sospetto e disincanto, poi contemplazione, infine malattia, ossessione, rovina. La passione è ansia, delirio di tradimento, possesso, angoscia, solitudine. L’esito è fallimentare: la donna dalla bellezza sublime e statuaria, in origine fonte di tutte le aspirazioni, lascia infine un nulla, un’indifferenza quasi totale.
Proust – va riconosciuto – è uno degli autori meno teatralizzabili. Tutte le volte che qualcuno si è cimentato con lui, anche al cinema, il risultato è stato deludente.
Qui l’interpretazione, pur di altissimo spessore dei tre attori, non arriva a rendere il dramma trascinante. Il tentativo di coniugare tradizione e innovazione, l’alternanza insistita di sequenze dialoganti e situazioni in cui i personaggi turnano in una sorta di focalizzazione esterna, trasformandosi in narratori che raccontano la vicenda in terza persona, non convince pienamente. Sul finire i tre personaggi si smaterializzano dalla scena e dal dramma; armati di block notes, filosofeggiano sulle teorie di Proust in materia d’amore e gelosia. La trovata didascalica ha l’effetto di scuotere lo spettatore, ma risuona come un tentativo di correggere il tiro, di mantenere fino al termine un compromesso, invero fragile, tra sperimentalismo e tradizione, cosa che ritroviamo nelle musiche che accompagnano la pièce, con l’alternanza tra le evanescenti atmosfere sonore del simbolista Debussy e il vibrato baritonale a noi contemporaneo di Antony and the Johnsons, fino alla melodia drammatica e lirica di Jules Massenet, che nulla concede alla retorica romantica.
Quella che resta è la sensazione dell’ennesimo tentativo non perfettamente compiuto di portare Proust a teatro. Su un piano diverso, poi, c’è la riflessione su un mondo astratto tra rose e mondanità, che si troverà di lì a poco a fare i conti con i ben più reali massacri della prima guerra mondiale e la difficile ripresa post-bellica.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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