Nella caverna della mente: Ronconi rilegge Pirandello all’insegna di Matrix

in cerca d'autore. studio sui sei personaggi 02LAURA NOVELLI | Un’ossessione. Un’angosciante proiezione della Fantasia (la maiuscola è d’obbligo) che prende vita in uno spazio vuoto spogliato della sua identità di palcoscenico per diventare cornice onirica di una nascita tutta interna alla testa dell’Autore. Nel suo raffinato studio sui “Sei personaggi” di Luigi Pirandello, in scena fino al 28 marzo al teatro India di Roma, Luca Ronconi ancora una volta entra nelle fibre del testo e, lavorando con quindici giovani e bravissimi attori diplomati all’Accademia Silvio D’Amico, li guida ad un’analisi profonda sia dell’opera sia della sua celebre Prefazione (“[…]Quale autore drammatico potrà mai dire come e perché un personaggio gli sia nato nella fantasia? Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale […]”), al fine di tradurre in linguaggio contemporaneo quell’indeterminatezza e pluridimensionalità dell’atto creativo che oggi, bombardati come siamo da mondi paralleli e panorami virtuali, non può che rappresentare un’urgenza etica ed estetica. Ecco dunque questo “In cerca d’autore”, costruito in due anni di laboratorio al Centro Teatrale Santa Cristina e poi debuttato al Festival di Spoleto della scorsa estate, rincorrere il modello di Matrix per mostrarci uno sciame di ombre/automi costrette a posture, movenze e registri vocali lontani da accenti realistici che, strisciando o camminando attaccate alle pareti come fossero cavie da laboratorio, allontano la rappresentazione dai cliché del metateatro (ambito d’altronde già splendidamente esplorato nella messinscena di “Questa sera si recita a soggetto”, debuttata a Lisbona nel maggio del ‘98) e la spingono fuori dalle convenzioni teatrali, fuori dall’abusata contrapposizione tra la vita e le forma, fuori dalla riflessione pirandelliana sul binomio persona/personaggio.
Perché qui, a differenza per esempio dalla lettura comunque “post-pirandelliana”del dramma fatta nel 2003 da Carlo Cecchi, non è la (geniale) forzatura della forma drammatica operata dall’autore siciliano ciò che interessa al regista quanto la dimensione di pensiero “sul” pensiero (o, forse, “nel” pensiero) e l’oscillazione costante tra reale e iper-reale, norma e mostruosità, razionalità e libertà onirica che innervano il dramma. Con sconfinamenti in un immaginario robotico tanto moderno quanto irrimediabilmente angosciante.
E basti vedere a tal proposito la scena “ctonia” e terrigna dello sventato incesto, o anche la recitazione sovraesposta ed erotica della Figliastra (l’ottima Lucrezia Guidone), così come quella della languida Madre (Sara Putignano, immortalata in un grido muto che tanto ricorda “L’urlo” di Munch ma anche un passaggio della straordinaria Helene Weigel in “Madre coraggio e i suoi figli” di Brecht), e quella fugace ma incisiva di Madame Pace (Alice Pagotto). Persino l’apparente naturalezza del Padre (Massimo Odierna) lascia facilmente intuire una distanza enorme dal naturalismo – appunto – e dal dramma passionale di cui da sempre il personaggio si nutre. Tuttavia, questo mondo di ombre, forse proprio perché, senza più palcoscenico, la tessitura stessa del testo evidenzia le sue pieghe più teatrali, rimanda pure all’espressionismo di Marx Reinhardt (che dedicò a Pirandello un allestimento de “I sei personaggi” e uno, storico, di “Questa sera si recita a soggetto”) e dunque alla matrice tedesca della produzione pirandelliana, quella più moderna, più curiosa del futuro, più sperimentale e più psicanalitica.
Allora questi fantasmi sono certamente i fantasmi di una realtà confusa, di un reale che si riverbera e confonde nell’immaginario (e perciò figli legittimi dei nostri tempi), ma sono anche stracci di follia allucinatoria, sintomi di malattia. Il tutto contenuto, però, nella raffinatezza di un impianto recitativo  – perché si tratta proprio di uno spettacolo sull’attore e d’attore – studiato nei dettagli, che permette ad ogni singolo interprete di essere in perfetta sintonia con l’insieme. Spetta alla caparbietà raziocinante del capocomico di Davide Gagliardini (una bella prova per questo attore romano che seguiamo da anni e che ci è parso giunto a una maturazione espressiva davvero encomiabile) voler, per quanto possibile, ricostruire tale insieme. Egli rappresenta infatti l’alter ego dell’autore, il regista/mente, chiamato a mettere ordine in una materia che ordine non può avere. Lavoro da vedere e rivedere! In occasione, inoltre, delle repliche di “In cerca d’autore”, il Teatro di Roma ospita una retrospettiva video dedicata ad alcuni grandi allestimenti ronconiani, prima che il regista, simpaticamente coinvolto giorni fa all’Argentina in una conversazione con Gianfranco Capitta tesa alla presentazione del volume “Teatro della conoscenza” (Laterza), in cui il critico de “Il Manifesto” imbastisce una lunga intervista con il maestro e ne redige una dettagliata a appassionata teatrografia, torni nella capitale con “La modestia” di Spregelburd (in cartellone ad aprile).
Ovvero, con uno spettacolo anch’esso radicato nel contemporaneo che, proprio come questo laboratorio su Pirandello, scardina cliché e luoghi comuni per (tentare di) raccontarci qualcosa del nostro confuso, incerto, faticoso terzo millennio.



Categorie:In evidenza, Recensioni, Satura, Scena

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