A scuola di follia con Teatro Forsennato

aggioliVINCENZO SARDELLI | Ingresso del pubblico in sala. Luce sfumata. Fondo nero, nessuna musica. Sulle due sedie che compongono la scenografia minimalista, sono già seduti i due attori: braccia conserte, mani giunte, sguardo e costumi algidi, fissano il pubblico mentre occupa il posto.

Percepiamo subito il sottofondo surreale che permea “Gli ebrei sono matti”, spettacolo ideato e diretto da Dario Aggioli, sul palcoscenico con Angelo Tantillo. Una rappresentazione sulla follia, anzi, sulle follie, che abbiamo visto al Teatro della Contraddizione di Milano. Una pièce tutta giocata su dinamiche sociali e psicologiche d’inautenticità, sullo scambio tra realtà e finzione, sulle ceneri della “persona”, ovvero di un’identità esistenziale effettiva. Il patetico, il comico, il tragico quotidiano sono i caratteri di questo teatro.

“Gli ebrei sono matti” narra con essenzialità la follia delle leggi razziali sotto il fascismo. Rievoca la vicenda di due degenti della casa di cura per malattie mentali “Villa Turina Amione”, nei pressi di Torino. Enrico è un matto certificato, cresciuto con il mito di Mussolini, di cui rievoca con nostalgia i discorsi di Palazzo Venezia davanti alle “adunate oceaniche”. Ferruccio, che si fa chiamare Angelo, vaneggia per necessità, per salvare la pelle. Ebreo perseguitato nell’Italia nazifascista, Ferruccio si rifugia proprio in manicomio, dove apprende dall’innocuo Enrico i “meccanismi” della demenza.

Se la realtà che ci circonda è follia, essere folli è l’antidoto alla realtà.

Andatura scomposta, ciance pasticciate e cantilenanti, tratti autistici, Enrico esprime la propria alienazione attraverso tre fissazioni scandite con ritualità ossessiva: il Duce, la donna amata, le maschere ereditate dal padre, che custodisce in una borsa di pelle, e che indossa per dare spessore ai personaggi e alle situazioni in cui s’immedesima. Ferruccio-Angelo invece si barcamena tra lucidità e finzione, tra ideali illusori e solitudine, ora nella chimera di ricondurre alla ragione il compagno, ora nell’urgenza di assecondarlo per contenerne l’ansia. Un’inesorabile agitazione anima i due protagonisti.

La farsa genera ironia. La semplicità e l’essenzialità della messinscena rilevano la capacità di Dario Aggioli, spalleggiato da Tantillo, di reggere la scena. Gli attori, che non disdegnano l’improvvisazione, interagiscono in maniera derisoria e grottesca con il pubblico, fino al contatto fisico. Colpisce questa recitazione intensa e generosa, ampiamente capace di annullare l’unico difetto del copione: una storia diafana, come sono rarefatti i personaggi, della cui biografia e dei cui drammi personali ci è raccontato poco o nulla.

L’insistenza registica sugli atteggiamenti paranoici-ossessivi, la gestualità esasperata, il movimento compulsivo sulla scena, rendono gustoso questo dramma dai tratti picareschi. Il montaggio è estetico più che narrativo, evocativo più che descrittivo. Suggestive le maschere a mezzo viso indossate dai protagonisti, realizzate in gioventù da Julie Taymor, regista di “Titus e di “Frida. Esse sono metafora multiforme del dramma della finzione: quella intrisa di retorica e demagogia del regime; quella umana, tragica, di Ferruccio, nuovo Enrico IV, costretto a vivere una vita non sua; quella degli inganni della coscienza, della disgregazione del mondo oggettivo, evocato con ironia lucida, che lascia spazio alla pietà.

Questo dramma dell’incomunicabilità e dell’angoscia esistenziale è dedicato a Ferruccio Di Cori, psichiatra e scrittore ebreo, e a Carlo Angela (padre del conduttore Piero) all’epoca direttore della clinica che diede soccorso a numerosi antifascisti ed ebrei, confondendoli con i degenti e salvando loro la vita.

La pièce è, oltre che tragedia personale, un’acutissima presa di coscienza della crisi di valori e d’identità che si apre nella cultura e nella società quando lo stato rinuncia alla ragione. Aggioli, con l’aiuto di Marco Fumarola e Stefania Papirio alle registrazioni, di Arianna Pioppi e Medea Labate per costumi e scene, mette in luce la relatività di ciò che è vero o falso, razionale o irrazionale, normale o folle. I suoi “pazzi lucidi”, anzi, sono i soli portatori di un messaggio di autenticità.

Un video sullo spettacolo



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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