Uovo à la sudtirolese

Qualibo n-esimo-progetto-fallimentareRENZO FRANCABANDERA | Questo articolo arriva con qualche giorno di ritardo, perchè voleva esser scritto la sera del 21 marzo, quando ero appena uscito dalla Triennale di Milano Teatro dell’Arte, avendo assistito prima a –N-esimo Progetto Fallimentare di QuaLiBò e poi a –FOLK-S will you love me tomorrow? di A. Sciarroni.
Stiamo parlando del Festival Uovo. Da anni a Milano. Undici per l’esattezza. Performing arts, danza contemporanea. N-uovo, insomma. Grazie a loro sono stati circuitati alcuni dei lavori più interessanti e sfidanti degli ultimi anni. L’edizione di quest’anno potete seguirla in video qui.

Andiamo agli spettacoli.
Nel primo dei due in programma, N-esimo Progetto Fallimentare, Maristella Tanzi e Carlo Quartararo, ovvero QuaLiBò, presentano alcuni quadri al lume di neon, con la Tanzi impegnata in passi di danza contemporanea e Quartararo a fare da fonte luminosa, avvinghiato come Laocoonte fra cavi elettrici e prese di corrente. Una premessa interessante, che enuclea l’intento artistico. Una musica emanata da una fonte sonora  sporca fa da sottofondo a un ragionamento che in realtà ambisce a creare una poetica del fallimento, inteso come costruzione  non ortodossa, e dunque non valutabile con il canone normale. E’ ovviamente un provocatorio tentativo di invertire il parametro estetico, e anche in sala cerchiamo di ragionare a testa in giù. Da questo punto di vista sicuramente meno comodo, registriamo come alcune trovate di matrice quasi situazionista e surreale intrighino ma che l’uovo (visto che siamo in tema) non arrivi proprio al sodo. Nel senso che quello che viene proposto è un lavoro interessante ma che non sconvolge. Che non porta in un’altra dimensione di sensi e di senso.

E la riprova la abbiamo poco meno di un’ora dopo assistendo invece a quello che ci sembra veramente un piccolo capolavoro, che è FOLK-S will you still love me tomorrow? di Alessandro Sciarroni, una coreografia basata su una danza popolare folcloristica, lo “Schuhplatter”, tipico ballo bavarese e tirolese, antica danza di corteggiamento, interpretata da Marco D’Agostin, Pablo Esbert Lilienfeld, Francesca Foscarini, Matteo Ramponi, Alessandro Sciarroni e Francesco Vecchi.

Sciarroni riparte da alcuni segni dello spettacolo precedente, Lucky star, dai performer bendati. All’inizio, sei fari illuminano dell’alto il palcoscenico, lasciando il fondo nel buio.
Lui stesso, in vestiti tradizionali tirolesi, porta in scena gli altri performer, bendati, disponendoli in cerchio. Parte un ballo tondo, un ballo di origine popolare.
Questa epifania ha istantaneamente richiamato alla mente quanto visto in questo stesso luogo due anni fa, quando Claudia Castellucci presentava, all’interno del progetto STOA, una riflessione su regole, semantica e poetica del ballo tondo. Secondo noi la radice di entrambi gli studi risiede in questo.
E l’emozione, il rarefatto, l’ossessiva ripetitività insita nel fascino delle regole è lo stesso.
Poco dopo l’inizio della performance, vengono date al pubblico le regole: lo spettacolo va avanti fino ad esaustione o di chi è sul palco o di chi è in platea. E così accade. Piano piano sul palco qualcuno si stanca. Ed esce. Anche in platea qualcuno più ossessionato dalla proposta apparentemente ripetitiva esce.
Pensiamo che in questo tipo di fruizione ci debba essere la stessa audacia che provarono i contemporanei di Mondrian nel passare dallo sfrenato e ancora tardo romantico figurativo della maggior parte dei loro coevi a quei segni, quelle linee. Al loro rigore. A quei tre quattro colori. Fissi.
Eppure questa ripetitività ossessiva è invece un topos della tradizione del ballo popolare, fino allo stato di trance. Come i dervisci. Come i tarantati. Ma chi ha avuto la tenacia di resistere a questa ossessiva iterazione di colpi su scarpe, polpacci, anche, scarpe, polpacci, anche, ha potuto accedere ad una dimensione che va oltre il segno, come il calligramma arabo ripetuto all’ossessione a Granada o Siviglia, mentre progressivamente venivano proposte per sottofondo coloriture sonore ovviamente incongruenti, ambient, di canto per sola voce, persino in un caso con una traccia sonora mandata al contrario. Un tentativo di narcotizzare e neutralizzare l’elemento musicale, per paradosso. Così il gesto rimane assoluto, la sensazione di questa emotività, riempie la sala. In questo Sciarroni è riuscito progressivamente a pulire questo lavoro rispetto, ad esempio, a quanto proposto a Drodesera, per arrivare proprio all’essenziale, al calligramma appunto, a Mondrian.
Come altri spettatori ho deciso ad un certo punto di interrompere la mia fruizione. Ero emotivamente felice, sazio, avevo i miei collegamenti, le mie ricchezze. Capire chi avrebbe ceduto per ultimo, chi era l’highlander della situazione era di minor interesse per me. Sono uscito.
Fuori c’erano altre persone emozionate come me. Dopo dieci minuti abbiamo sentito un grande applauso venire dalla sala. Evidentemente i danzatori avevano ceduto al gesto ginnico.
Li ho applauditi metaforicamente da fuori.
Spero anche che altre persone possano vedere Folk-s, provare questa sensazione. Emozionarsi per la geometrica poesia dell’esistere.

Il video sul lavoro di Sciarroni a Drodesera

DRODESERA 2012 We Folk! – ALESSANDRO SCIARRONI “FOLK-S, WILL YOU STILL LOVE ME TOMORROW?”

Un video sulla giornata del 21 marzo di cui parla questo articolo

UOVO performing arts festival_day two from Uovo on Vimeo.

shooting and editing: Romana Sarti
special thanks to: Giulia Mariani
music: YACHT – Tripped Fell In Love

Intervista a Sciarroni



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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  1. Rassegna stampa 18 - 24 marzo

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