Carolyn Carlson e il suo Synchronicity

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NICOLA ARRIGONI | Ci sono le atmosfere sospese, l’attesa, lo stare sulla soglia o il guardare oltre la finestra di certe donne dei quadri di Edward Hooper in Synchronicity di Carolyn Carlson. Quella porta rossa, quel muro che divide da un interno che è vita nascosta di relazioni, amori, perdite è il segno narrativo di un lavoro intenso, costruito per quadri che procedono per apposizione, così come ciò che accade in scena si trova riflesso, mediato dalla soggettiva filmica realizzata dalla stessa coreografa, un di più di visione che è visione intima, mediata. Ciò che accade è la fame di relazione, è la perdita improvvisa, è l’incontro inatteso, è il tradimento spiato, è quell’ultimo banchetto che è ultima cena e rubarsi l’un l’altro in pane di bocca, è lavacro purificatorio in un catino che sa d’infanzia perduta, è l’attesa di un treno, è il passare di quel treno e in quell’attimo il gesto di addio, dell’alzarsi per salutare diventano gesto coreografico. In tutto ciò i danzatori di Carolyn Carlson: Alan Brooks, Riccardo Meneghini, Yutaka Nakata, Camille Prieux, Chinatsu Kosakatani, Céline Maufroid, Isida Micani, Sara Orselli, Sara Simeoni sono la penna con cui la coreografa statunitense scrive quelle storie d’amore, contatti fugaci, incontri in un motel, o in una stazione di benzina, o ancora le solitudini in attesa di abbracci in quell’America dalle distese infinite di cui Carlson porta dentro i colori e le solitudine, ben reso da una colonna sonora che unisce Tom Waits e Michael Nyman, Jean Sibelius e Bruce Springsteen con un anelito al sacro affidato ad Henry Purcell. Se questo è il senso di un lavoro che non manca di un certo calligrafico estetismo, in Synchronicity c’è anche una scrittura coreografica che cita e ruba da Pina Bausch di Café Müller, di Vollmond, Kontakthof, un omaggio alla grande coreografa tedesca, inventrice di quel teatro-danza che Carolyn Carlson costruisce nella sua esperienza italiana alla Fenice di Venezia.

Al di là di questo in Synchronicity si trova tutto lo stile di Carolyn Carlson, i suo gesti secchi, quel tendere al cielo e subito cadere, il lasciarsi andare nelle braccia dell’altro e poi scivolare via, come se quel contatto scottasse. Carolyn Carlson nel lavoro presentato al Ponchielli racconta di una fame d’amore, della volontà che il solo pensare alla persona amata la possa far comparire da dietro la porta, che l’assenza venga colmata da un ritorno impossibile, che l’amore possa consumarsi oltre il tempo. E tutto ciò avviene con leggerezza e una lentezza che sa di ricordo e sospensione dell’anima, sensazioni che si sciolgono nel lungo applauso finale.

Un video dello spettacolo



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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