L’Odyssey di Wilson: fra Méliès e melò

odissea wilson_francabanderaRENZO FRANCABANDERA | Bob Wilson è uno di quegli amanti di cui immagini già come verrà vestito all’appuntamento, che profumo e taglio di capelli porterà,  e anche di che parlerà mentre si sta seduti a tavola o in poltrona. Eppure riesce sempre in qualche modo ad ammaliarti, con l’eleganza formale, e quel principio greco del Μηδέν ἄγαν, ovvero il “Nulla di troppo” che è un invito alla misura cui Wilson sempre nella sostanza si attiene.

Ed ecco che l’Odissea per il cui debutto Wilson si è recato in Grecia in questi ultimi mesi caldi, è un melting di forme espressive che ricordano sul palcoscenico il primo cinematografo, il pop dei cartoon, il melodramma, l’opera. Ma senza che mai ci sia qualcosa che resti indigesto, che sia appunto di troppo. Odyssey di cui Wilson firma progetto, regia, scene e luci, dicevamo, è una coproduzione del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa on il National Theatre of Greece, Athens. Perchè poi magari pensi: ma che ci faccio qui a farmi raccontare l’Odissea da uno che viene dal profondo Texas. Ma Wilson ama senz’altro le sfide e la cultura europea, e ha il coraggio di proporcene una rilettura magari meno filologia, o meno cervellotica, ma spesso più agevole, con un piglio divulgativo capace di accostare i generi in maniera totalmente inaspettata.

Lo spettacolo dura nel complesso tre ore, divise in modo pressochè identico in due atti. Nel secondo, ovviamente, gran parte della vicenda è quella del ritorno e della vendetta sui Proci, mentre il primo è dedicato alle avventure del viaggio.

Dicevamo il “solito” Wilson, ma qui c’è un chiaro intento di rendere leggero l’epos, di giocare come Meliès con la macchina scenica, con la creazione di fantasia. Così tutti gli argani e i trucchi, i mostri e gli incubi sono giocati con creazioni immaginifiche e giochi di luce: di Polifemo si vede la grande testa, che occupa tutto il fondale come un pezzo di statua greca gigantesca lasciata lì, in bilico. Dall’alto sbuca invece la mano del mostro, ugualmente  dal sapore di statua, che aggancia i poveri malcapitati. Scilla e Cariddi sono mostri ingenui, da film da cinematografo degli anni Dieci-Venti, e proprio nel caso di Polifemo il regista svela la macchina, togliendo il paravento che occulta il carrello mobile su cui la grande sagoma è montata, facendolo vedere, svelando il trucco, lo scheletro dietro la fiaba, dietro questo antico cartoon che era l’Odissea. Con Scilla e Cariddi, il quadro visivo diventa di colpo un enorme zig zag, dove mancano solo le sovrascritte SCREEK, ZAC!, a commentare l’azione del mostro che azzanna i marinai.

odissea wilson_francabandera2Ci sono poi novità estetiche che introdotte in alcuni spettacoli recenti dal regista, ricompaiono magari come variazioni, un po’ come nei canoni di Bach. E non citiamo a caso il compositore, perchè nella regia della Passione secondo Giovanni dell’artista alcuni elementi diagonali sospesi compongono la scenografia, elementi che anche in questa Odissea ritornano sotto forma di neon che scendono dall’alto. O le capigliature e le maschere del viso estreme che già erano apparse nei personaggi-burattini tanto degli “Shakespeare’s Sonettes” con i Berliner Ensemble del 2009 che ne “L’affare Makropoulos”, che il pubblico italiano ha visto al Napoli Teatro Festival l’anno passato.

Il primo atto, il viaggio, le avventure, il fantastico, attraverso i mirabili giochi di controluce e di ombre cinesi di cui i notevoli attori si fanno interpreti, è decisamente più ricco, superiore e immaginifico. Le sirene gotiche dalle ali nere sanciscono la saldatura con il linguaggio più recente dei comics, ma nulla è mai pulp, al più pop, cercando un continuo dialogo fra l’iconografia dell’eroe contemporaneo e quella greca antica, con maschere e altre visioni antropomorfe che ci parlano dell’Odissea come di un kolossal del tempo antico, da alleggerire, possibilmente da troppa sovrastruttura filologico-interpretativa, per recuperare il piacere della storia.

La seconda parte soffre un po’ di questa scelta, a nostro parere perchè, schiacciata più sul nostos, viene resa con spirito meno ispirato. Nulla che non valga la visione, per carità, ma qui il semplice si impoverisce e vive di trovate da commedia dell’arte, di sagome, come quella del pastore fedele o della vecchia nutrice che sobbalza al suono di un campanellino. Il troppo facile qui intriga meno e la resa è più didascalica. Wilson è sempre Wilson, i suoi fondali saturi di colore acido che sfumano in tonalità acquerello valgono bene una cena: l’amante è vestito come al solito, con lo stesso taglio di capelli, lo stesso profumo, a dire le cose che ci si aspetta che dica. Ma tant’è, la cifra di un artista è riconoscibile quando cambiando il teorema artistico, la grammatica estetica resiste agli stress test. Lo spettacolo risulta quindi gradevole, leggero, coerente. Non innova. Non provoca. Racconta. E’ meglio quando, con musichette ragtime, ricorda i filmini di Mèliés, tanto che quasi ci si aspetta che un missile finisca nell’occhio di Polifemo come nella celebre sequenza della luna, mentre riesce meno quando deve raccontare il ritorno dalla donna, dalla patria. Qui si colora di tinte inspiegabilmente shakespeariane, ma bidimensionali.

Alla fine grande trionfo, il maestro sul palco per cinque minuti di applausi, e così anche la compagnia, giustamente omaggiata. Se vale la pena andarlo a vedere? Esattamente per lo stesso gusto di rivedere un supercult di cui si conoscono a memoria le battute, ma meglio di qualche cineasta sperimentale che alla fine ci faccia tornare a casa con un tanto grande quanto inutile mal di mare per una cinepresa armeggiata stile Blair Witch Project e poco più.

Il pensiero più stanco, e non siamo comunque nel nostro caso, di un genio sarà sempre più stimolante della miglior trovata di un imbecille. Qui c’è il confronto con la civiltà classica, la prima volta di Wilson. Insomma il solito amante che viene al tavolo, si siede e con piglio provocante inizia a raccontare di una sua strana prima volta in età matura. Volete non starlo a sentire?

Qui di seguito alcuni frammenti video dello spettacolo

Piccolo Teatro Strehler
fino al 24 aprile 2013
Odyssey
progetto, regia, scene e luci Robert Wilson
testo Simon Armitage, drammaturgia Wolfgang Wiens
musica Theodoris Ekonomou
collaborazione alla regia Ann-Christin Rommen/Tilman Hecker
costumi Yashi Tabassomi
collaborazione alle scene Stephanie Engeln
supervisione musicale Hal Willner
collaborazione alle luci Scott Bolman
traduzione in greco moderno Yorgos Depastas
voice coach Melina Paionidou
suono Studio 19 – Kostas Bokos, Vassilis Kountouris
assistente alla regia Natassa Triantafylli
assistente alle scene Maria Tsagari
assistenti ai costumi Vassiliki Syrma
scenografie, oggetti di scena e costumi realizzati dai Laboratori del Piccolo Teatro
con Konstantinos Avarikiotis, Thanasis Akkokalidis, Yorgos Glastras, Zeta Douka, Stavros Zalmas, Marianna Kavalieratou, Lydia Koniordou, Alexandros Mylonas, Maria Nafpliotou, Vicky Papadopoulou, Lena Papaligoura, Akis Sakellariou, Yorgos Tzavaras, Apostolis Totsikas, Nikitas Tsakiroglou, Yorgis Tsambourakis, Kosmas Fontoukis
pianoforte Thodoris Ekonomou
Ciclope (voce fuori scena) Dimitris Piatas
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, National Theatre of Greece, Athens



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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