Che ridere, morire!

Oibò foto M_AchilliELENA SCOLARI |  Oibò sono morto è il bel titolo dello spettacolo prodotto dalla Compagnia Donati/Olesen per I Teatri del Sacro di cinque anni fa, con Jacob Olesen e Giovanna Mori, autori e registi del lavoro. Ci troviamo per vederlo al PalaBachelet di Oggiono – Lecco, uno degli spazi utilizzati per la rassegna provinciale Circuiti Teatrali. Citiamo il luogo di rappresentazione perché tutti gli spettatori presenti lo ricorderanno come un luogo “allarmante”…: lo svolgimento è infatti stato bruscamente interrotto dall’antifurto, partito a sorpresa e rimasto ostinatamente inarrestabile per alcuni minuti, vogliamo per questo attribuire una lode particolare ai due interpreti che, lontanissimi da alcune bizzose star del mondo teatrale, hanno professionalmente sospeso e poi ripreso lo spettacolo per portarlo a termine, offrendo un importante esempio di serietà e rispetto per il pubblico.

Lo spettacolo è esilarante. Ispirato agli scritti di due autori scandinavi, Arto Paasilinna e Jan Fridegard, racconta con tenera leggerezza che cosa ci potrebbe succedere dopo morti. Uno sciocco incidente stradale pone fine alla vita del protagonista che… si era voltato distrattamente per guardare il bel sedere di una donna, un atto vitale e godereccio provoca la dipartita. Da questo momento il personaggio vede il suo mondo senza essere visto e scopre una quantità di cose inaspettate: l’annosa intesa della moglie con il suo migliore amico, un funerale con pochi presenti che si rivela essere proprio il suo e altre buffe situazioni descritte con grande ironia. Irresistibile la stesura del necrologio da parte della vedova.

Chiediamo a Jacob Olesen, artista da sempre concentrato a farci ridere, il motivo della scelta di un tema “antipatico” come la morte per il suo spettacolo:

“Ho voluto affrontare un argomento difficile attraverso lo strumento che più mi è congeniale: l’ironia. Mi è piaciuto l’atteggiamento leggero ma profondo che i due scrittori nordici hanno ispirato a me e Giovanna Mori per parlare della morte. Trovo che  si possa riflettere molto sul senso della vita rendendo sereno il pensiero della fine”.

PAC : “Possiamo dire che Oibò son morto è in realtà un inno alla vita”?

Olesen: “Sì, certo! La causa della morte del protagonista è già una dichiarazione in questo senso: si può morire per una sciocchezza, per un gesto divertito e superficiale, in un certo senso però la vita continua, le emozioni del personaggio non si interrompono e anzi lo spingono ancora verso il sentimento. Nelle sue incursioni nel mondo dei vivi si innamora di una donna e aspetta che muoia per conoscerla nello spazio dell’aldilà che ora abita”.

PAC: “Questa donna è interpretata da Giovanna Mori, che ha un modo di stare in scena molto diverso dal suo: in lei c’è tutto il sapere clownesco, il movimento della scuola europea di Lecoq, c’è una scelta precisa dietro questi due caratteri”?

Olesen: “Sì, io recito con tutto il corpo, mi agito anche più del dovuto, proprio per accentuare le nostre opposte caratteristiche: Giovanna si muove pochissimo,  usa quasi solo le mani, in maniera impercettibile e concentra l’essenza dei personaggi nella particolarità del suo recitare misuratissimo e carico di arguzia”.

PAC: “La coppia scenica infatti funziona bene grazie a questo evidente contrasto. C’è molta sorpresa, presso il pubblico, davanti ad una recitazione così originale, si ha l’impressione che le parole nascano naturalmente mentre Mori le recita”.

Olesen: “Abbiamo scritto insieme il testo dello spettacolo e questo ha permesso a entrambi di cucire le parole addosso ai personaggi ma anche addosso al nostro modo di stare sul palco”.

PAC: “L’allegra coppia di defunti, una volta ambientata in questo nuovo spazio trasparente, si prende a cuore un’altra coppia, aiuta un uomo e una donna anziani ad avvicinarsi. A questo punto indossate delle maschere: è solo per distinguere i caratteri”?

Olesen: “Senza addentrarmi in letture psicanalitiche posso dire che le maschere aiutano anche a rendere più universali i due personaggi, le due anime sono tutti noi, e ogni spettatore ci si può ritrovare. Il nostro intento è raccontare con umorismo una situazione drammatica che assume toni di grande divertimento grazie ad una tenerezza leggera. I due vecchietti con le maschere fanno un balletto sulla musica degli Abba, c’è un effetto di buffo straniamento fino alla fine”.

Il divertimento sincero del pubblico conferma la riuscita dello spettacolo, poetico e molto molto divertente. Due ottimi interpreti per un soggetto che sa parlare della morte attraverso la risata, la manifestazione più umana della vita.



Categorie:Interviste, Novità, Satura, Scena, Teatro

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