Tricher 3: lo sferzante smascheramento dell’ipocrisia di Mo.Lem

tricher3VINCENZO SARDELLI | Che differenza c’è tra non dichiarare la verità e mentire? Tra l’accontentarsi di pubbliche verità e l’adagiarsi su private menzogne? È questo l’input da cui parte “Tricher 3_Non dire falsa testimonianza”, spettacolo selezionato per il Napoli Fringe Festival 2013, che i torinesi di Mo.Lem (Movimento Libere Espressioni Metropolitane) hanno portato in scena a Zona K a Milano.
“Tricher” è un work in progress sulla testimonianza, sulla ricerca dell’obiettività, sulla coerenza e sulla libertà espressiva.
“Tricher” è un verbo francese che significa “barare, imbrogliare, truffare”. Percepiamo subito l’inganno e la menzogna evocati dal titolo, ancor prima di entrare. Le quattro attrici sono erinni che selezionano in un surreale ceck in gli spettatori: li schedano, prima di introdurli in sala secondo un ordine arbitrario, preludio a un qualche timido coinvolgimento nella pièce.
La scenografia è assente: la costruiranno gli attori con la loro performance fisica, con una mimica icastica e variopinti oggetti che porteranno con sé. Anche le luci colorate, con il loro sottofondo ombroso, creano la scena.
Sipario: le erinni si sono trasformate in sexy-bambine. Chiara Cardea, Roberta Maraini, Silvia Mercuriati, Elena Pisu occupano lo spazio recitativo volteggiando chiassosamente con un quinto attore, Salvo Montalto, che sciorina un aeroplano giocattolo. È un continuo rimpiattino tra fiaba e cinismo, suggestioni oniriche e cruda menzogna. Gli attori sono palloncini sospesi debolmente oscillanti, ballerine-carillon, personaggi di fiabe, bimbi sognatori.
Anche la favola cela la menzogna, Cappuccetto Rosso rivela retroscena macabramente osé; Babbo Natale è una trovata per narcotizzare il cervello. La violenza però, anche nel Cappuccetto noir-erotico, non è mai esibita: è sempre simbolica. Si esprime attraverso un cartone infilzato con punteruoli. Del resto una bugia vale l’altra, e le invenzioni ingenue che seducono i bambini sono meno dannose delle menzogne degli adulti. Come certi genitori, che hanno sempre un motivo per inibire l’infantile naturale impulso a esplorare, esplorarsi, crescere.
La fiaba si tinge di giallo. Le luci eclissano. Rintocchi pesanti evocano il panico. L’uomo nero bussa alla nostra ipocrisia: è il nostro ventaglio di fobie, l’extracomunitario, l’ossessione di perdere le nostre certezze, il terrore che Equitalia ci lasci in mutande.
La paura costruisce muri. Come quello che continua a crescere in Palestina, e segrega un popolo e una nazione. La realtà irrompe come uno squarcio nello spettacolo: normalmente è un collegamento Skype da Nablus, stavolta è un’intervista proiettata sullo schermo. Ma a essere esibita è la nostra cattiva coscienza, che assume il colore rosso-sangue di una delle guerre sporche a cavallo tra due millenni.
Poi c’è l’ipocrisia della burocrazia asfissiante, delle truffe bancarie, dei piedistalli di funzionari pignoli che offendono la nostra dignità persino quando restituiamo un libro preso in prestito in biblioteca.
La nostra felicità si basa sulle sofferenze altrui. Ogni oggetto in scena è ambivalente: i libri danno la conoscenza che crea potere che degenera nell’arroganza; una bandiera può creare identità ma anche divisione; un aereo può diventare un cacciabombardiere; un cilindro può diventare un candelotto; un gessetto crea giochi o confini.
Il magico mondo infantile si frantuma: le bambole deflagrano in automi, fino alla dissoluzione. Non resta che distruggere la scena. L’epilogo è un’apotropaica litania: “prometto di dimenticare quello che ho visto e di ricominciare da qui”. Ammonisce a non confondere realtà e rappresentazione della realtà, a costruire un nuovo inizio.
Cala il sipario sulle note di “Non insegnate ai bambini” di Giorgio Gaber.
Nell’esibita disarmonica giustapposizione delle scene (il coordinamento registico è di Marco Ivaldi, Marco Monfredini e Francesca Tortora) lo spettacolo segue un filo logico di domande, forse con un tantino di luoghi comuni nelle risposte e qualche ovvietà nell’accostarsi a temi come l’omosessualità e il perbenismo bempensante e credulone che, immancabilmente, viene fatto coincidere anche con la religione.
Troppa carne al fuoco? Forse. È questo l’appunto più serio che si può muovere a una regia fantasiosa, capace di valorizzare le abilità recitative e coreografiche degli attori, ma che deve proteggersi con accortezza dagli eccessi-zibaldone per concentrarsi su uno stile comunicativo più solido ed essenziale. Così che anche il pubblico, che pure non è avaro di applausi a fine spettacolo, capisca con più chiarezza se, quando e come debba lasciarsi coinvolgere nella performance le varie volte che viene chiamato in causa.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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