Se “Stoccolma” non è solo Stoccolma: la drammaturgia britannica per un amore (in)felice

stoccolmaLAURA NOVELLI | Un uomo e una donna. Buste della spesa in mano. Fermi su pedane circolari girano più volte su se stessi mentre il pubblico entra in sala. Sembrano manichini di un grande magazzino. Sorridono. Sono felici. Si guardano. Ci guardano. Musica alta. Inizia così “Stoccolma” (“Stockholm”), commedia amara di Bryony Lavery che Marco Calvani ha presentato al teatro Belli di Roma all’interno della rassegna “Trend. Nuove frontiere della scena britannica” e che ci auspichiamo venga presto ripreso sulle nostre scene. Uno spettacolo, va detto subito, intelligente, brioso, nuovo, capace di attivare una risposta fortemente empatica nel pubblico, anche grazie all’ottima prova interpretativa di Vincenzo Di Michele (noto volto televisivo e cinematografico che vedremo presto sul grande schermo nell’ultimo film di Marco Risi, “Cha cha cha”) e Ketty Di Porto (attrice poliedrica che, reduce dai consensi ottenuti ne “La dea dell’amore” di Woody Allen, ha ricoperto ruoli spesso tragici in testi per lo più contemporanei).
Il buon esito del lavoro è garantito innanzitutto dalla scrittura e dalla costruzione del testo. La drammaturga inglese, malgrado anagraficamente non più giovane (classe 1947), mette qui in campo una lingua teatrale modernissima e dalla linearità continuamente smentita che, declinata su più livelli espressivi, risulta al contempo concreta e astratta, realistica e funambolica, facile e complessa.
Scritta nel 2008 per il Frantic Assembly e andata in scena con successo in Inghilterra, Canada e Australia, l’opera scandaglia un menage apparentemente felice: Todd e Kali si accingono a festeggiare il compleanno di lui e intanto progettano con entusiasmo un imminente viaggio nella capitale svedese. L’ammirazione incontrastata per i prodotti Ikea è pari a quella riservata alla cinematografia di Ingmar Bergman, in una con-fusione di registri quotidiani e metaforici che rappresenta senza dubbio uno dei punti di forza della pièce. Perché, a ben vedere, la fotografia di questa coppia affiatata e dalla vita sessuale effervescente, a volerla “latensificare”, mostra un magma interiore di pulsioni irrazionali, dinamiche contorte, paure ancestrali destinate ad esplodere come un morbo subdolo e imperscrutabile.
Ed è proprio la maestria e la leggerezza con cui l’autrice (già nota in Italia per il suo inquietante “Frozen” ) maneggia queste continue esplosioni narrative, spostando la vicenda nel passato e poi nel futuro, e immaginando continui passaggi tra esterno e interno, dimensione agita e dimensione interiore, ciò che maggiormente colpisce. Il “rito” sensualmente cannibale del primo incontro, le continue divagazioni danzanti, gli insistenti approcci erotici della donna, i litigi furiosi e violenti, la prefigurazione atroce di un infanticidio degno di Medea sono solo alcuni degli scarti più incisivi della storia. Epifanie fugaci che raccontano, a ben vedere, una sindrome di Stoccolma (ed ecco il vero motivo del titolo) sotto cui fanno capolino le insoddisfazioni dolorose di tanti personaggi di Bergman (appunto) ma anche tanti elementi attinti all’universi femminile del “misogino” Strindberg. Kali sembra possedere, cioè, qualche caratteristica della Signorina Giulia o della Laura de Il Padre. Seducente, affascinante, gioiosa almeno quanto nevrotica, ossessionata, gelosa, spaventata, ella combina in sé fragilità e forza (molto brava l’interprete nei vari passaggi emotivi riservati al suo ruolo), contrapponendosi alla solida razionalità di Todd (anch’egli ottimamente disegnato da Di Michele).
Da questo impasto di anime così diverse e così complementari potrebbe scaturire un fior fiore di tragedia. E invece la Lavery (ex-attrice arrivata alla drammaturgia in età matura e attiva da anni anche come sceneggiatrice televisiva e autrice di opere teatrali per i ragazzi) cavalca la scia del grottesco, dell’umorismo acre, quasi alla Pirandello. Ci regala una smorfia sghemba e dispettosa sull’amore, che rende il tutto appetibile, nostro, vicino. E che permette al bravo regista di costruire un’insieme molto fluido, ritmato, a tratti sorprendente. Sicuramente anche la professionalità acquisita da Calvani all’estero (sia come autore sia come regista, tra i suoi titoli ricordiamo almeno “Penelope in Groznyj”, “Unghie” e “Roba di questo mondo”), lo aiuta a entrare in modo originale nella macchina drammaturgica, per trarne una lettura scenica perfettamente sintonica con il testo: uno spazio/tempo odierno, ricco di musica e di luci studiate ad hoc, dove avviene tutto e il contrario di tutto: E dove la logica, proprio come nella vita, mostra – evviva ! – le sue crepe.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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