L’«Otello» di Massimo Navone: da tragedia della gelosia a tango dell’invidia – il videoreport

otello 05FRANCABANDERA E SARDELLI | Questa riflessione è a più voci. Si compone del commento allo spettacolo di Vincenzo Sardelli, spettatore sia della versione dell’anno passato che di quella 2013, e di una video intervista ai protagonisti realizzata da Renzo Francabandera che trovate in calce all’articolo. Partiamo senza indugio, dunque.

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Uscendo dal Menotti dopo aver visto l’«Otello» di Massimo Navone, viene naturale a una spettatrice commentare: «Ma Shakespeare non aveva capito niente di quest’opera, perché avrebbe dovuto intitolarla “Iago”». Osservazione paradossale. Come se il grande drammaturgo non fosse, per così dire, il cronista autore del “pezzo”, ma un improvvido redattore che, in sede di “cucina”, avesse sgarrato la scelta del titolo.

Forse la spettatrice ignorava il testo originale. O forse, di quest’opera, ha sottolineato la vera essenza proprio Navone, che assegna al viscido Iago un ruolo da protagonista ancora più sbilanciato rispetto alle intenzioni dell’Autore. Di contro il regista ridimensiona il Moro, degradato a debosciato burattino, ripetutamente giocato dalle arti manipolatorie dell’infido Alfiere.

Già nella regia dello scorso anno Navone aveva fatto di questa tragedia – ambientata in una milonga stile anni Quaranta – un dramma dell’invidia più che della gelosia. E aveva spostato il baricentro su Iago, così da declassare Desdemona e Otello al ruolo di gregari. Operazione che potrebbe essere legittima fino in fondo se la personalità di Iago (interpretato da Marco Maccieri) fosse esplorata in tutte le sfumature che contrassegnavano la pièce shakespeariana, magari andando “oltre”. Se cioè Navone avesse realizzato un’operazione alla Stoppard, che in «Rosencranz e Guildestern sono morti» assegnava a due personaggi secondari dell’Amleto il ruolo di protagonisti, mutando la focalizzazione della storia.

Ma qui Iago appare come una una figura un po’ troppo schematica, machiavellicamente inclinata al male, compiaciuta di una malvagità gratuita. Bisognava forse puntare di più sulla complessità dell’invidia di Iago, sull’analisi delle motivazioni alla base della sua tragica trama: sociale e di rango all’inizio, antropologica e psicologica dopo, legata alla propria gelosia verso la moglie e al desiderio di possedere Desdemona per vendicarsi di Otello. Questo Iago non è né una creatura infernale, né uno psicotico. È un mediocre senza scrupoli. Non affiora abbastanza la sua disperata incapacità di amare. È taciuto il presupposto che per lui l’amore esiste come natura non dominata dalla ragione, come eros degradato a lussuria animalesca, con tanto di deriva misogina.

Navone rispetto alla messinscena dello scorso anno attribuisce un ruolo più incisivo alle luci, più spazio alla danza, al tango come tensione emotiva e commento ossessivo. Ma i tagli effettuati nel copione semplificano la pièce sul piano logico, la limitano su quello introspettivo e ne inficiano la piena comprensione. Se il racconto dell’innamoramento tra Otello (Giovanni Rossi) e Desdemona (Sara Bellodi) è banalizzato, e non si ricostruisce la grandezza del sentimento che li lega, non si può cogliere appieno il delirio che acceca Otello una volta entrato nel tritacarne della gelosia. Se la scena del fazzoletto e quella in cui Desdemona perora la causa di Cassio (Giusto Cucchiarini) sono ridotte all’osso, perde di senso la reazione parossistica del Moro, qui un fantoccio, mentre nell’originale è personaggio di tal spessore da guadagnarsi i galloni di comandante nella Venezia razzista d’inizio Seicento.

Evaporano anche le sfumature interiori del rapporto tra Iago e sua moglie Emilia (Cecilia Di Donato). La stessa Desdemona qui è una creatura evanescente. Mentre la sua dignità, la sua famiglia e la sua vita vanno a rotoli, lei non capisce, e passa da un ballerino all’altro. La sua passione per il tango lascia sullo sfondo quel ruolo angelico che la cultura puritana dell’epoca e lo stesso Shakespeare le avevano assegnato.

Scelte coraggiose quelle di Navone,  che necessitano d’ulteriore rifinitura. E usciamo dalla sala con la sensazione che gli stessi attori (figurano anche Luca Mammoli, Roderigo, e Giulia Angeloni, Bianca) non credano fino in fondo all’operazione, poiché la loro recitazione sembra aver smarrito un poco dell’originaria forza propulsiva.

Ecco ora le video interviste di Renzo Francabandera



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Video

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