“Not here, not now”: Cosentino e lo sberleffo alla Abramovic per interrogarsi sul senso dell’arte

cosentino not hereLAURA NOVELLI | In alcuni dei suoi precedenti lavori ci ha raccontato con funambolico disincanto l’idiozia televisiva che detronizza il teatro (“Antò Le Momò”), l’ingarbugliato non senso di un’epopea spaziale dal sapore infantile (“Primi passi sulla luna”), l’agonizzante letto di morte di un’avanguardia artistica mendica e degna dei suoi tempi (“Esercizi di rianimazione”). Adesso Andrea Cosentino, una delle figure più interessanti della nostra scena, approfondisce ancora meglio quel rapporto tra l’arte e la vita che è il suo reale campo d’indagine e in “Not here, not now”, visto ancora in forma di studio al teatro Palladium di Roma nell’ambito di “Teatri di Vetro”, ragiona – e ci fa ragionare – in modo straordinariamente intelligente sulla falsa ritualità in cui si consumano certe pratiche di perfomance assurte a capolavori di arte contemporanea e, ancor meglio, sulle relazione intercettabili tra performance, teatro ed esistenza umana.

Il suo modo intelligente di operare è un modo giocoforza sghembo, rovesciato, comico. Un modo che accosta la cauta fisicità del mimo all’istrionismo dell’attore volutamente eccessivo, la sagace (auto)ironia del clown alla semplicità lirica della marionetta, le linee aperte del cabaret al racconto biografico della narrazione, il senso del ridicolo di Chaplin alla malinconia di Lecoq, la romanità di Petrolini alla prossemica burattinesca di Totò. Dietro tutto questo materiale si nasconde ovviamente lui, Cosentino. Con la sua storia di figlio e di padre. Con la sua tartassante indagine sul senso dell’essere artisti oggi. Con il suo insoddisfatto bisogno di ritrovare nel fare artistico quella verità che Artaud gli – e ci – ha insegnato così bene.

Cuffie insonorizzate sulle orecchie, occhi chiusi, voce quasi sussurrata: all’inizio del lavoro (diretto da Andrea Virgilio Franceschi), egli è uno dei “fortunati volontari” che hanno pagato 15 euro per sperimentare sulla propria pelle “The Abramovic Method”. Ovverosia: centottanta minuti di fuga da sé (e dunque dal proprio corpo) che la celebre performer serba garantisce a quanti, privati di ogni distrazione tecnologica (orologi, telefonini, i-pod, ecc.) e immobili in tre posizioni umane fondamentali (in piedi, seduti e sdraiati), vogliano trasformarsi nei soggetti attivi di una sorta di trance venduta come un’esperienza artistico-spirituale davvero unica. Il performer debuttante fa lo snob. Se la prende con il pubblico. Ironizza sul miope provincialismo di chi crede ancora nella rappresentazione, nel teatro, nelle opere classiche (“obsolete”). Lui non è né qui né ora: “not here, not now” appunto. E’ fuori dal corpo. Altrove. Vola. Il suo io ha le ali. Lui sì che è contemporaneo. Salvo poi dover ammettere che ci troviamo effettivamente in un “teatro”, in un “qui” e in un “adesso” che rappresentano la specificità del fatto teatrale da sempre.

E allora? Dov’è l’arte? Cosa è davvero arte? Esiste ancora la possibilità di un’immedesimazione credibile? Ha ancora senso parlare di una finzione che si tramuti per gli astanti in esperienza intellettuale e/o emotiva? Oppure veramente basta mettersi in una teca e lasciarsi guardare per essere soggetti/oggetti artistici? O, ancora peggio, è sufficiente credere a qualsiasi idiozia pur di apparire colti, aggiornati, caparbiamente contemporanei?

La drammaturgia dello spettacolo cammina dunque lungo molteplici prospettive (il richiamo storico a Duchamp e a Fontana, la caricatura del critico, l’arguta definizione dell’artista che suona come un anatema dalla forza possente) ma mette insieme troppe cose. Forse, si tratta semplicemente di organizzarle meglio e di dare loro un impianto registico più coraggioso, più cinico, più coeso. Spesso, ad esempio, “l’arte” della Abramovic si mescola a quella “cosentiana”, in un gioco di autodenigrazione che ammicca al pubblico ma non trova ancora, secondo noi, il giusto equilibro.

E’ infatti proprio nelle pieghe dell’autobiografia che Cosentino rischia di ammorbidire un po’ troppo la genialità di questo splendido studio (già avviato mesi fa in seno al progetto “Perdutamente” del Teatro di Roma). Da un lato, il riferimento alla mamma bambina che imbocca il padre/nonno, ormai consumato da una grave malattia, con il cibo versato direttamente nello stomaco “aperto” serve proprio a spostare l’ago della bilancia verso la vita, dimostrando che la realtà supera sempre la fantasia (tanto più la furbizia d’artista); dall’altro, i continui riferimenti alla figlia e alla filastrocca della pappa sembrano ridondanti, sebbene non slegati tematicamente.

Quando poi lo sperimentatore dell’osannato metodo diventa l’Abramovic in persona e finisce in una serie di brevi video (li firma Tommaso Abatescianni) che ridicolizzano celebri performance dell’artista, qui sì che il rovesciamento assume i toni di una perspicace intelligenza comica e il divertimento è garantito. Divertimento che funziona pure da necessario vettore della scena finale, virata sul tragico: Cosentino/Abramovic appare in scena in camice bianco e tacchi vertiginosi, si spoglia, si uccide con un coltello e si cosparge il corpo di ketchup. Se – come sostiene l’artista serba – nella performance il coltello è vero e il sangue è sangue e invece nel teatro il coltello è finto e il sangue è ketchup, in questo epilogo tutto si confonde e si mescola. Resta la vita. Il corpo morto dell’attore, che poi risorge per i consueti saluti finali. Il ketchup sul palcoscenico. La voglia di continuare a farsi domande. A scavare nell’autenticità dell’esperienza artistica.

Per amor di cronaca va detto che con questa installazione “didattica” Marina Abramovic – ormai sessantaseienne e dunque immaginiamo non più in forze per certe esibizioni estrose – è stata chiamata, l’anno scorso, anche al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano. E fu proprio in occasione dell’apertura della “mostra” che l’assessore alla cultura del capoluogo lombardo, Stefano Boeri, entusiasta cavia del “metodo”, svenne durante la performance. Anche allora realtà e finzione si sono irrimediabilmente (con)fuse. Impossibilitato a provare fino in fondo cosa significasse uscire dal proprio corpo, il povero Boeri si è ritrovato steso in ambulanza con la pressione a terra. E questo la dice lunga sugli sgambetti del caso. E, ancor più, sull’autorevole potere della realtà.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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