L’infinita rabbia del maratoneta

solitudine-maratonetaBRUNA MONACO | Nel 1959 l’autore inglese poco più che trentenne Alan Sillitoe pubblica una raccolta di racconti che l’anno successivo gli vale l’Hawthornden Prize. In quel periodo Sillitoe vive a Maiorca, ma sono gli anni in cui in Inghilterra nascono i giovani arrabbiati, romanzieri, novellieri e drammaturghi appartenenti o vicini ai ceti medio-bassi. Figli di operai, disoccupati, di quel proletariato che se non riesce a soffocare la rabbia in un lavoro faticoso e malpagato, la trasforma in delinquenza. O in letteratura, come nel caso di Sillitoe che pur rifuggendo l’appartenenza ad una categoria letteraria, per temi e caratteristiche stilistiche rientra a pieno titolo negli “Angry Young Man”, accanto a John Osborne, Kingsley Amis, John Braine.
La solitudine del maratoneta è il racconto di cinquanta pagine che dà il titolo all’intera raccolta del ’59. Racconto che nel corso degli anni ha riscosso tanta approvazione da diventare prima un film, firmato e girato da Tony Richardson nel 1962, Gioventù amore e rabbia, ora uno spettacolo teatrale. Protagonista del racconto un giovane delinquentello finito in riformatorio per un furto in un panificio. Il riformatorio in cui capita è però uno di quelli che si vuole all’avanguardia, di quelli in cui si dice di voler davvero offrire una possibilità di riscatto e di riabilitazione ai detenuti. Quale mezzo migliore se non lo sport, che più del lavoro nobilita l’uomo? Perché nello sport la fatica non è fine a se stessa, né mera merce di scambio. Una fatica che subito si trasforma in ricompensa e appagamento, endorfina. E quale sport se non la maratona? Che ti obbliga a un confronto costante e individuale con te stesso, i tuoi limiti. Così al nostro protagonista, fisicamente prestante e abituato a correre per sfuggire alla polizia, il riformatorio e per suo tramite lo Stato, i difensori della legge, chiede di redimersi, allenandosi e vincendo una maratona. Gareggiare per lo Stato, vincere con la maglia del riformatorio dell’Essex, vuol dire passare dalla parte della legge, rinunciare allo status di reietto, rifiutare la rabbia di classe. Ma questa rabbia il nostro protagonista non vuole reprimerla né trasformarla o nobilitarla. Lui è un Angry Young Man e a pochi metri dal traguardo, con un vantaggio di centinaia di metri sugli altri maratoneti, si ferma. Alla sua sconfitta individuale, nel più solitario degli sport, in cui anche mentre sei con gli atri non puoi fare altro che pensare a te stesso (passo, respirazione, ritmo), fa eco la sconfitta collettiva di un sistema statale che cerca di riaggregare la società.

Alan Sillitoe racconta la solitudine del suo maratoneta in prima persona, in un lungo monologo che si apre alle voci di tanti personaggi: il padre, la madre, la sorella, qualche compagno di cella, il direttore del riformatorio entrano nella narrazione con le proprie parole, in discorso diretto. Ma le parole degli altri sono schiacciate dal commento dalla voce del narratore, unico vero protagonista della storia, solo con i suoi ricordi evocati e narrati. Nel suo adattamento scenico Nicola Pistoia decide di dare non solo voce, ma anche corpo ad alcuni dei personaggi che appaiono nella novella di Sillitoe. Alla sorella (Antonella Civale), a un poliziotto, al direttore, a un uomo incontrato per caso che tenta di impiccarsi. Lo stesso protagonista è sdoppiato: l’io narrante (maturo, quarantenne, Alfredo Angelici) e l’io narrato, il protagonista ai tempi del riformatorio (il giovane Dimitri D’Urbano). I due attori entrano ed escono dai panni dei personaggi e in tutta questo muoversi di apparizioni e scomparse l’impressione della solitudine – con tutta la sua carica di rivolta sociale – si perde. Ed è questo il difetto maggiore di uno spettacolo che, al contrario del testo di Silliote, scivola via senza lasciare il segno.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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