“Sonata per ragazza sola”: il bifronte omaggio di Federica Bern a Irène Némirovsky

federicaVINCENZO SARDELLI | Le ballate popolari di Mistinguett, graffiante soubrette della Parigi Belle Époque, il pianoforte ritmico e barbarico di Béla Bartók, l’ebbrezza evocativa di Franz Schubert: è musicale lo sfondo a “Sonata per ragazza sola”, di scena al Teatro Litta di Milano. I muri grezzi della sala Cavallerizza sono la cornice di questo monologo di Federica Bern, con la regia di Francesco Villano.

Il palco a forma di T s’incunea nel pubblico tagliando in due la platea. Pochi oggetti sulla scena realizzata da Fiammetta Mandich: un drappo rosso come scenario, un abito di gala su manichino, uno sgabello da pianoforte. Lo spettacolo omaggia Irène Némirovsky, scrittrice russa espatriata in Francia e morta ad Auschwitz. È liberamente tratto da due suoi racconti biografici, Il ballo e Jezebel.

Il manichino disanimato è l’emblema di una festa che non inizia, di un tempo inconsistente.

La protagonista interpreta, in una Parigi anni Venti, Antoinette e Fanny, figlia e madre. Abito azzurro al ginocchio, i rossi capelli raccolti lambiti dalle luci felpate di Fulvio Melli, Federica Bern giostra tra le due donne. Divisa come gli spettatori, la giovane attrice s’insinua in un rapporto complicato. Antoinette, con un pacco di lettere d’invito (non saranno mai spedite) attaccato al collo a mo’ di collana o di borsa, è la classica adolescente un po’ ipocondriaca. In opposizione a una mamma scriteriata e normativa che la trascura, Antoinette oscilla tra fantasia e realtà, con quel quid di malizia che irretisce lo spettatore. Ironica e leziosa, Antoinette si smarrisce nelle sue rievocazioni letterarie, da cui attinge l’inventario noir che, tra Giulietta, Ofelia e Anna Karenina, le suggerisce spunti suicidi. Lo sgabello diventa trampolino di un tuffo virtuale, di passaggi lastricati e abissi onirici in cui Antoinette scivola, nuota, volteggia. La morte, più che una minaccia, è la proiezione di un desiderio di protagonismo, lo stesso evocato dal drappo-sipario o dall’abito-manichino. La muta tastiera di compensato nelle sue mani intona laconici «vorrei ma non posso». Le cantilene puerili e briose di Antoinette fanno evaporare l’angoscia che così non ristagna, mantenendo pièce e personaggio sopra la linea di galleggiamento.

Lo sdoppiamento si materializza in Fanny, una madre che rimuove le proprie insufficienze con il rituale di regole con cui dirige la figlia. Attraverso Fanny la Némirosky ridicolizza la Parigi frivola dei salotti, il bel mondo che esorcizza malattia e decadimento attraverso pettegolezzi e giudizi. Fanny organizza una soirée che non sarà. Fanny/Antoinette s’imbriglia nella chilometrica collana di perle che la stritola come le corde di un insaccato, che la fa inciampare. Chilometrica come il cordone ombelicale che lega e separa madre e figlia, come la lista degli esponenti della bella società di cui la donna elenca vizi e difetti.

Ogni giorno Fanny si alza, si veste e sogna ancora l’uomo fatale. Vive nel rimpianto di una bellezza sfiorita. Vagheggia un decoro svanito. Il suo sorriso falso è un sudario che la cipria ridondante non basta a mascherare. Le luci scherniscono la sua carcassa in calze da seta, la sua disperazione autistica.

Questo monologo a due voci esalta le qualità recitative di Federica Bern, figlia-ragazzina trascinante e impertinente, madre imperativa punita per la sua futilità.

In fondo, la presenza in scena di una sola attrice, più che l’espediente di chi è costretto a far di necessità virtù, serve a rimarcare una sola identità bifronte. Antoinette e Fanny sono una sostanza e due simulazioni, due risposte inadeguate allo stesso bisogno di tempo: quello che non c’è ancora per la ragazza, quello ormai andato per la dama. Malate la prima di fantasia e vendetta, l’altra di realtà e risentimento. Ironica ed empatica la figlia, patetica e refrattaria la madre.

Un’attrice, uno spazio piccolo, pochi elementi. Una miriade di sfumature, che ci proiettano, con qualche insistenza didascalica qua e là, nell’ambivalente rapporto madre-figlia, nel variegato cosmo dell’amore, nei meandri dell’indole femminile.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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