L’insostenibile peso del grande nome

Ganz RETOURRENZO FRANCABANDERA | Non c’è modo di scampare alla vicissitudine del grande nome. E’ il grande nome a rendere imperdibile un evento, uno spettacolo, la nostra stessa esistenza. La titanica supremazia del superominismo mediatico determina le tendenze. Si compra la marca indossata da, il prodotto con la rèclame di, lo spettacolo con.

In forma amplificata questa sorta di zucchero che caratterizza il mercato dell’arte si sostanzia anche di zollette dal contenuto glicemico particolarmente accentuato. Facciamo l’esempio preparando una bibita con un grande autore classico, Pinter, un protagonista della cultura di un paese che da anni esercita supremazia mediatica nel settore (Luc Bondy, nuovo direttore artistico dell’Odéon-Théâtre de l’Europe) e aggiungiamo il dolcificante decisivo, il “cast d’eccezione”, grandi nomi del teatro e del cinema internazionale (e già qui siamo nel cuore della vicenda): per chi bazzica i luoghi sacri dello spettacolo nazionale (in questo caso il Piccolo Teatro di Milano), è nella maggioranza dei casi una maionese impazzita già prima di assaggiarla. Ma impavidi giocatori di poker contro il nostro tempo libero, andiamo a vedere le carte per questa mano dal sapore sospetto.

Le Retour, Il ritorno a casa (1965). E’ il ritorno anche di Bruno Ganz al teatro. Lui, il cofondatore della Berliner Schaubühne con Peter Stein. Lui, l’attore ultra settantenne di origini svizzere, assente dalle scene dal 2006. Era rimasto con l’amaro in bocca per l’ultimo spettacolo interpretato, Lo stupro per la regia di Goerden, e si riservava un ultimo colpo per il palcoscenico.

Ed ecco la proposta a quanto pare non rifiutabile, dal neo direttore dell’Odèon, anche lui di Zurigo, che, affidandogli la parte di Max, lo affianca ad un cast stellare nella vicenda di Teddy, affermato docente di filosofia che torna dopo anni in visita alla sua famiglia paraproletaria con la moglie Ruth, famiglia di cui fanno parte, dopo la morte della madre, il padre Max ex-macellaio, lo zio Sam tassista e i due fratelli minori Lenny e Joey.

Con Ganz sono infatti in scena Louis Garrel – Joey (figlio d’arte da sogno, ricordando The Dreamers con Bertolucci), Pascal Greggory – Sam, Jérôme Kircher – Teddy (l’ultima volta in Italia era stata al Napoli Teatro Festival con l’Hamlet-Cabaret di Langhoff), Micha Lescot – Lenny (altro figlio d’arte, da tre anni in scena per Bondy, dopo il grande successo de Le sedie di Ionesco), e la seducente Emmanuelle Seigner – Ruth.

Nel secondo atto la vicenda prenderebbe una piega dai toni dolorosamente comici, da torbidi bassifondi, quando Ruth rivela la sua indole sessualmente vivacissima, che rinvigorisce di colpo la famiglia tutta maschia. Ma Luc Bondy non cala la mano stellare, la proposta audace, a vantaggio di un più monocorde realismo sporco in stile America anni Sessanta, come a raccontare una serie di quadri di Hopper ma senza quel tranquillizzante e insieme angosciante universo cristallizzato. Qui siamo in un fotogramma quasi proletario, i muri scrostati, i vetri della casa sporchi. Lo zio che vive in una roulotte parcheggiata in soggiorno. Tutto trasuda un uso modesto del sapone.

La vicenda diventa via via soffocante ma la regia non scarta, si ferma sull’idea dell’interno notte, sul microcosmo bloccato dalla presenza carnale di lei, più che sul più avvincente e poco indagato schema di relazioni grottesco ma concreto fra i maschi del branco. E questo inevitabilmente porta la nave in una secca senza particolari sussulti emotivi.

Insomma Ganz, nonostante la sua personale interpretazione di altissima caratura, non era forse destinato ad un finale teatrale col botto. Anche la stampa francese si divide fra chi grida al capolavoro (Le Figaro) e chi resta deluso (Le Monde).

Richiesto, in un’intervista per il Corriere, di quali siano le altre grandi sfide per questo tempo maturo della sua carriera, rivela di essere alle prese con una serie tv diretta da Ridley Scott, intitolata The Vatican, che verrà trasmessa in tv il prossimo autunno, la traduzione televisiva di uno di quei polpettoni dalla copertina a lettere dorate in rilievo, che anni fa guardavamo con orrore solo in mano a turisti americani. Ora che l’invasione degli ultracorpi tipografici è completata, che anche noi amiamo lo shopping con la sorella della Kinsella, i misteri esoterico-vaticani di Dan Brown e seguaci, sicuramente sorbiremo prima o poi la serie in tv su qualche canale a pagamento.

Dove si era fermato il buongusto dei successori di Felice Peretti da Grottammare (Ascoli Piceno), alias Sisto V, che hanno tutti finora rinunciato alla cacofonica abbinata, Ganz pare non abbia resistito, decidendo di interpretare il ruolo del papa Sixtus Sextus, invisichiato in intrighi con il cardinale di New York e l’avido segretario di stato Sebastian Koch (cognome che non dubitiamo nella pronuncia americana abbia un suo evocativo effetto). “Trovo questa idea così dark molto originale” ha dichiarato.

L’importante è non lamentarsi del sapore dell’ultima volta, se si hanno le papille gustative compromesse. O forse è colpa del grande nome. Rimettiti presto in sesto, Sisto!



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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