Teatro junior: LaFabbrica trionfa al Play Festival con “Aspettando Nil”

nilVINCENZO SARDELLI | Roma capitale al Play Festival di Milano. Aspettando Nil, prima parte di una Trilogia dell’attesa della Compagnia LaFabbrica, ha vinto la rassegna Play Festival. La kermesse ha visto sfilare al Teatro di Ringhiera dodici compagnie tra il 13 e il 19 maggio. Una gara, sette serate, dodici spettacoli, settanta artisti under 35. Due giurie, una popolare, l’altra di critici web. Nove le città rappresentate: Milano, Zurigo-Torino, Roma, Ancona, Bologna, Padova, Firenze, Palermo.

Primo premio, l’inserimento nel cartellone del Piccolo Teatro di Milano. Tre serate nella stagione 2013/2014. Roba mica da pettinare le scimmie.

Eppure ci si aspettava di più da questa rassegna, con dodici finalisti frutto di una scrematura che partiva da un totale di 113 proposte.

A spiegare i meccanismi della prima selezione, l’istrionica padrona di casa Serena Sinigaglia: quarant’anni, cinquanta regie, “pazza dai capelli rossi” come l’ha definita Sergio Escobar. «Il 70 percento delle proposte – dice la regista promotrice della rassegna – arrivava da scuole professionali sparse in Italia. Abbiamo ritenuto di portare al festival almeno uno spettacolo per provenienza di scuola. Dunque: Paolo Grassi, Piccolo Teatro, Filodrammatici, Silvio d’Amico, Stabile di Torino e Nico Pepe di Udine».

Metà delle proposte proveniva da Milano, ed ecco selezionati quattro gruppi meneghini. Per gli altri si è cercato uno spettro ampio, da Padova a Palermo: «Abbiamo privilegiato le idee e i progetti di gruppo di lavoro. Sul piano estetico abbiamo cercato di offrire un ventaglio dal teatro d’attore  a quello visivo. Abbiamo cercato di selezionare solo quei lavori che ci sembrassero di livello professionale. Sappiamo bene che uno spettacolo non si giudica dai video e dai materiali. La sfida era anche questa».

Noi di PAC la rassegna l’abbiamo vista tutta. Ecco le nostre considerazioni.

Sulla vitalità e sul coraggio dei giovani. Osare poco poco di più, cari ragazzi? D’accordo, le sceneggiature erano per lo più originali, quasi nessuno si è cimentato con i classici (che pure, se ben reinterpretati, sono capaci di comunicare emozioni sempre nuove). Però in qualche caso assistere ai vostri spettacoli è stato un po’ come vedere le nuove proposte sanremesi scimmiottare la più scontata canzone all’italiana.

Sull’efficacia delle scuole. Andare a scuola non vuol dire essere scolastici. Gli spettacoli più deludenti? Proprio quelli delle scuole. Paura di mettere il naso fuori dal seminato. Movimenti sulla scena così costruiti da risultare artefatti. Recitazione pedante. Dizione accademica che neanche un mezzobusto televisivo. Come in La prostituzione raccontata al mio omeopata, di Evoè, con quattro ragazze diplomate alla Paolo Grassi nei panni di prostitute dell’Est e della Nigeria: si raccontavano con inflessione ambrosiana così marcata da sembrare radical-chic appena uscite dal quadrilatero della moda. Deludenti anche le esibizioni di Oyes con Effetto Lucifero (Accademia dei Filodrammatici e una performance i cui sussulti erano legati a una recitazione più o meno urlata), di Formelinguaggi con Contagio (didascalico spettacolo draculiano che cavalca l’onda lunga di Twilight). Di scuola Paolo Grassi anche le Brugole, con Boston Marriage, primi vagiti di una recitazione che inizia a emanciparsi dagli esordi cabarettistici.

Sulla rarefazione del testo. Con le eccezioni di Benji (degli anconetani di Bel Teatro, onirico ma frammentato viaggio di una bambina in fuga dalla violenza del mondo degli adulti) e di Boston Marriage, il nuovo teatro prescinde dal testo. Operazione legittima, che si dimostra seria solo se parte dalla scomposizione di un tessuto di base in cui si conoscono alla perfezione i meccanismi drammaturgici. Cosa che hanno provato a fare con  eleganza i fiorentini di Inquanto teatro (la cui ironia di fondo in Abba-Bosch non è stata pienamente colta  dalle giurie) e gli internazionalissimi ZTT, il cui Stranieri, terzo classificato, coniuga senza esibizionismi danza e poesia. Coinvolgenti (anche se un po’ fini a se stesse) le pièce a scatole cinesi Buco (Teatro Bresci) e Hamelin (Gli Incauti). Non pienamente persuasivi gli spettacoli di denuncia Buonanotte (dei palermitani Quartiatri) e Dissenten, dei baresi Vicoquarto Mazzini. Questi ultimi, pur con scelte registiche da dosare meglio, hanno ottenuto il secondo posto (e l’inserimento nel cartellone del Ringhiera) grazie a una recitazione intensa.

Sulle vincitrici. Si sente nella nuova scena italiana l’assenza di una scuola di drammaturgia. Forse ha ragione Sergio Escobar quando invita a una transizione morbida tra vecchie e nuove generazioni. Meno male che c’erano Elisa Bongiovanni e Giada Parlanti. Dentro i limiti d’età per il rotto della cuffia, guidate alla regia da Fabiana Iaccozzilli, le due attrici romane si sono imposte con Aspettando Nil, spettacolo evocativo sui temi dell’educazione, del rapporto madre-figlia, del valore dell’esistenza. Rovistando come topi nella spazzatura, danzando con la carrozzella sulle note del Guglielmo Tell, brindando all’atto supremo con lo champagne, LaFabbrica ha proposto un Aspettando Godot al femminile, con una sorprendente gamma di registri espressivi.

Basta un attimo di viltà per deturpare una vita, bisogna prepararsi una vita per rendere sublime l’istante della morte. Questo il messaggio dello spettacolo. Quanto al prossimo Festival, ci basta che sia preparato dalle giovani compagnie con un minimo di creatività scanzonata in più. E con quella cura capace di bucare persino un video di cinque minuti.

“Aspettando Nil”, primo classificato

“Dissenten”, medaglia d’argento

La coreografica colorata pedagogia multiculturale di “Stranieri”, terzo classificato



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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