L’allucinato teatro-danza di Patrizia Aroldi e Afra Crudo

patti

VINCENZO SARDELLI | Maggio al femminile al Sala Fontana di Milano. Due monologhi tra teatro e danza, accomunati da una forte componente emotiva e ipnotica, hanno visto in scena Patrizia Aroldi con Giduglia e Afra Crudo con L’ultima madre. Convertita dal management al palcoscenico la prima, allieva alla scuola di Pina Bausch la seconda, lega le due performance la poetica drammaturgica di Danio Manfredini, straniante aruspice del teatro italiano, che ha collaborato a entrambi gli spettacoli.

In Giduglia Patrizia Aroldi si muove come una sonnambula: naso rosso-ciliegia, abitino a imbizzarriti veli bianconeri, gigantesca valigia, frustino sado-maso, scarpacce gradasse, megafono fatato, occhialoni; tutto rigorosamente zebrato. Tra i megaspecchi ossidati che compongono la scenografia campeggia la giduglia, vorticosa spirale metafora degli appetiti umani.
La giduglia risucchia questa donna pagliaccio dai tratti felliniani, dalla lenta danza solipsistica. Guidata da una voce fuori campo, la clownessa procede a ritroso nella propria anima. Titubante, depressa, poche idee ma confuse, duetta con un cappotto fantoccio, le cui mani scorrono malandrine sul suo corpo. Dialoga col proprio io sull’amore. Arriva al decadimento, al simpatetico sfogo con Dio in punto di morte.

La musica irrompe come sceneggiatura nella narrazione. Rimbalza da ritmi jazz and blues ai virtuosismi violinistici di In the Mood for Love (metafora della fugacità della bellezza e dell’amore) fino all’audacia espressiva della Patetica di Beethoven e alle note dello Stabat mater di Pergolesi. Le luci evocano atmosfere catalettiche. Creano sfondi surreali. Morte e rinascita convivono in questo sincopato percorso di conoscenza, che la parola non può esprimere in modi convenzionali. La protagonista biascica un grammelot disarticolato, che la potenza del gesto rende comunicativo. Con il lirismo delle piccole cose Patrizia Aroldi ci ricorda l’importanza di conoscere noi stessi. Siamo meno buffi quando non ci prendiamo sul serio. Siamo liberi se ci lasciamo sconvolgere dal potere dell’arte.

afra cÈ un teatro-danza terrigno e atavico quello di Afra Crudo nell’Ultima madre, visionario viaggio autobiografico dalle tonalità macabro-erotiche. Sullo sfumato di ricordi infantili, l’autrice ridesta un Sud arcaico. È un discesa primordiale. Una vecchia decrepita nella sua casa-prigione, riaccende stati di coscienza fantasmagorici. È un delirio di metamorfosi. La danza basita di Afra Crudo parte dalle viscere. Crea movimenti nevrotici, in una Puglia contadina che richiama atmosfere alla Carlo Levi. Affiora la presenza del male, con i rituali apotropaici narrati da Ernesto De Martino.
La danzatrice diventa cartomante, sposa, morta-vivente, fedele-bigotta, prostituta. Le trasformazioni nascono da un dialogo interiore, da un paganesimo di religione e stregoneria, di devozione familiare e sessualità compressa.

Questo spettacolo con un gusto dell’orrido emulo di Lovecraft e Dario Argento, fa uso di pochi elementi: un tavolino, una radio, una candela, un mazzo di carte, un fascio di fiori, una maschera da vecchia decrepita. Un camerino si ribalta e diventa bara. Al suo interno avvengono i cambi d’abito che animano le coreografie.
Un po’ danza macabra, un po’ sacra rappresentazione, il monologo volteggia tra Bach a Mendelssohn, tra il rock demoniaco di Marilyn Manson e le tonalità barocche di Henry Purcell, con incursioni jazz. Le luci di Nicola Righetti, fioche o aggressive, assecondano effetti sonori (curati con Giampaolo Verga e Andrea Miranda) che vanno dal fruscio della radio allo scrosciare della pioggia, dal guaire dei cani al mugghiare degli amanti.
Afra Crudo presenta il suo ballo pervasivo. Madonna addolorata dai veli nuziali profanati, angelo intirizzito dalle ali bigie, passa dal Tanztheater alla tambureggiante danza africana.
La ricercata armonia d’opposti nasce da un bisogno d’unione. Rivela il bisogno di un’espressione totale. Mira all’intensità del sentimento: doloroso, lacerante, con qualche stereotipo. Comunque d’impatto.

Giduglia: primi studi di un percorso che porterà la parola a diventare sempre più rarefatta:

L’ultima madre, di e con Afra Crudo



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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  1. Rassegna stampa 27 maggio - 2 giugno

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