La sindrome di Wesselmann e la solitudine dell’artista

Spam_SalvatorePastore-NTFI 2013RENZO FRANCABANDERA | “Come capire Burri? Eh, è una parola!”
Ci  sono cose che occorre fare quando si è da soli. Quando si è certi di essere da soli. O non fare proprio. Anche per chi fa arte, o per chi ne fruisce.
L’arte è piena di questo tipo di eventi, e quella performativo-contemporanea riluce di esempi, e altrettanto le pagine della critica, in un meccanismo spesso coinvolto a tal punto in quello produttivo da non riuscire più a prendere le distanze e a valutare il dialogo fra la proposta di un artista e i suoi contemporanei. Al netto della capacità visionaria e anticipatrice che sempre all’artista viene riconosciuta, non è raro assistere a produzioni stanche, mancanti del nerbo della urgenza, o a gesti di tale autocompiacimento da non riuscire a trovare senso del limite.
Ho sempre trovato mirabilissima evocazione dei conflitti fra sensibilità di massa e arte in una chicca della commedia all’italiana che si trova nella pellicola Il mistero di Bellavista, in cui due uomini di pochi mezzi, consapevoli della loro esile sovrastruttura, si confrontano dopo una visita alla Galleria d’Arte Moderna, in merito all’effetto sul loro sensibile di opere come quelle di Burri, Fontana e Wesselmann. Ve ne raccomandiamo la visione a fine lettura.
E il pensiero torna forte in gola dopo i due cazzotti presi all’apertura del Napoli Teatro Festival.
Partiamo con Peter Brook e dal suo “Lo spopolatore”di Beckett, proposto dal regista come un’estenuante mise en espace, una lettura scenica praticamente, con la sua storica attrice Miriam Goldschmidt che copione alla mano, legge e di tanto in tanto leva gli occhi dal testo, per muoversi lentamente qui e lì sul palco, verso uno o l’altro dei pochissimi elementi scenici (uno sgabello entro una piccola isoletta di sabbia, tre lunghe scale di legno addossate alle quinte). L’ottantottenne maestro, che sceglie questo testo per raccontare di un’umanità chiusa in una sorta di cupa caverna senza via di fuga, con un incombente senso di morte, a fine spettacolo si dice contento. Il pubblico non si capacita della visione. Il critico osserva profondamente l’attrice, prova a scrutarne la movenza cercando di renderla avulsa dal testo, cerca di respirare il peso di quelle parole provando ad intuire nei rari sguardi infuocati dell’attrice un ideale sottotesto non alla portata di tutti. Sopravvive il testo. Bello, ricco, ma non troviamo ragione di una residenza di un mese per arrivare ad un esito dal peso specifico onestamente inconsistente.

Passiamo allora alla drammaturgia contemporanea e al lanciatissimo Rafael Spregelburd (prima a Napoli e poi a Torino alle Colline) che firma testo e regia del monologo “Spam”, affidato all’attore Lorenzo Gleijeses con contrappunto sonoro digitale eseguito dal vivo da Alessandro Olla (che segnaliamo). Il testo dell’autore argentino sarebbe anche (ove molto asciugato) interessante, avendo il canone del thriller spezzettato in poco più di trenta episodi giornalieri che l’attore porge con casualità da arte eventuale (sulle dinamiche randomiche nell’arte si leggano gli interessanti studi del nostro Sergio Lombardo, fra i massimi esponenti appunto della corrente), affidando ad un sorteggio iniziale l’ordine delle portate. La drammaturgia ha inserti di arte e semiologia di carattere straniante, che introducono nel plot elementi di disturbo, come un lungo (ma sempre frammentato) excursus sulla lingua che usavano gli abitanti dell’antica città di Ebla, ad esempio. Come la comunicazione del nostro tempo, frammentata, insulsa, cambiando l’ordine della quale pare non cambiare nulla della trama di fondo del nostro vivere: il testo ogni sera cambia per non cambiare, in un eterno gioco del quindici dove l’ordine finale non arriva mai. Ma così per due ore e mezza… un calvario, con l’interprete a portare la croce. Fra slanci promettenti ed inarrestabili folate di vigile incoscienza, dopo due ore scegliamo di non assistere all’arrivo al Golgota. Almeno Brook, in difetto di lucidità artistica, non fa ancora sentire la mancanza del senso della misura e del tempo.
Il Masticator di teatro borghese può cercare di affidare ad un epsilon piccolo a piacere le ragioni della mancata comprensione dell’inarrivabile profondità delle due proposte.
Il Masticator di teatro borghese può cercare allora di leggere segni superiori, con cui la plebaglia del pubblico pagante debba necessariamente essere incapace di porsi in relazione (non che il pubblico pagante abbia poi sempre ragione nell’esaltare o criticare, anzi, è giusto vada spronato sempre a studiare per capire i plagi, le mediocrità, il consumato).
Ma lo stomaco ribolle, la ragione abbaia.
Per parte di chi scrive, l’arte resta ancora possibilmente analizzabile in senso gramsciano con l’artista che è tale “in quanto segna esteriormente, oggettivizza, storicizza i suoi fantasmi” e con l’opera da studiare nella sua manifestazione materiale, all’interno della realtà, che va analizzata per storicità, comunicatività e specificità. Dei due lavori in questione, invece, più forte di tutto resta la sensazione di solipsistica volontà auto centrata sull’esperimento artistico, il cui potenziale comunicativo, il cui impatto sul pubblico, viene messo totalmente in secondo piano.

Ricordo con un certo maturo imbarazzo l’irrompere genitoriale in stanza durante le prime scoperte del sé, del corpo in adolescenza. E ancor più son convinto: ci sono cose che occorre fare quando si è da soli. O non fare proprio. Almeno in certi momenti della propria vita.

Foto: Salvatore Pastore



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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