Le grottesche «Memorie del sottosuolo» di Trifirò

trifiròVINCENZO SARDELLI | Ogni uomo nasconde un sottosuolo. C’è un istinto borderline in ciascuno di noi. Qualche volta ne restiamo schiacciati. A tratti, un’inesorabile provvisorietà inchioda le nostre vite. Se riuscissimo a vivere nel presente saremmo già degli illuminati. Invece, spesso, ci compiacciamo del dolore, non calcoliamo la felicità.

Nella trasposizione teatrale di Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, di scena al Sala Fontana di Milano, Roberto Trifirò scende in mutandoni di lana attraverso il pubblico. Si dirige, sardonico e stordito come un pugile che ne ha prese tante, verso un palcoscenico di cartoni impolverati e tavolini grezzi, rimasti da sparecchiare da un tempo indefinito.

Le note potenti della chitarra di Lou Reed accompagnano un essere neghittoso verso un’autoironica esplorazione di sé. Egli infierisce su se stesso, tra facezia e maledizione. Svela il sottosuolo di una personalità malata. Parla dell’educazione ricevuta, del complesso di qualità e difetti che lo definiscono. Rende pubblica una vita ammorbata da solitudine e melanconia.

L’occasione del riscatto ha il volto trasparente della prostituta Liza (Caterina Bajetta). Lui cerca di trasferire in lei la propria ansia di redenzione. La invita a emanciparsi da un destino degradante.

Liza si lascia convincere. Riappare con la nostalgia di una vita pura. Adesso è lei che cerca di trascinare lui. Invano. Liza s’allontana con dignità. Lui sprofonda, attraverso una botola sul palco, nelle viscere sordide del sottosuolo. Si sollevano le note di Arancia meccanica. Il sottosuolo diventa prigione e tomba.

Di questo spettacolo colpisce la simbologia. La scena-tugurio di Gianni Carluccio è vagamente metafisica. Lo studio su luci e colori è attento. Il buio asseconda l’isolamento, marca la separatezza del personaggio dagli altri, ridotti a proiezioni schizofreniche. Un azzurro-cielo-imbrunire fa da sfondo all’analisi esistenziale iniziale. Nella prima parte del dramma le luci sono ferme. È il protagonista che le cerca. Vi si adatta, ora lasciandosene lambire, ora rifugiandosi in zone d’ombra.

Quando compare Liza le atmosfere si fanno lunari, le luci iniziano a muoversi. Le tonalità sfumano dal fucsia al rosso, con un sottofondo soft grigio, azzurro, verde, ancora più metafisico.

La recitazione piana, senza sussulti, della Bajetta è sinonimo di un minimo equilibrio psichico ed etico. Trifirò invece ruggisce e squittisce. La sua voce oscilla, tra tonalità roche e buffi acuti infantili.

Anche i costumi hanno una valenza allegorica. Trifirò esordisce in mutandoni, esibisce la sua sgraziata disumanità. Poi indossa, senza camicia, precari gilet e pantaloni intrisi di borotalco. Infine prova, con un cappotto, ad arginare il gelo esistenziale verso cui sprofonda.

Se il livello semiotico dello spettacolo è valido, qualche dubbio rimane invece sulle scelte registiche di fondo. I toni farseschi di quest’interpretazione sporcata di napoletano intendono ammorbidire la pièce. La pantomima vuol temperare la tragedia. Questa scelta di registri “tradisce” il testo, l’annacqua, un po’ lo banalizza. Non ci sono particolari variazioni , il ritmo è sostanzialmente monocorde, l’esito un po’ statico.

La semplificazione (abbiamo visto cose migliori di Trifirò) inficia l’appeal scenico, ma non la riflessione dello spettatore. Che di fronte alla miseria morale del protagonista può concludere, con Ennio Flaiano, che «la situazione è grave ma non è seria».

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Fëdor Dostoevskij, Roberto Trifirò, Caterina Bajetta, Gianni Carluccio, Ennio Flaiano, Lou Reed, Teatro Sala Fontana, vincenzo sardelli



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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