La realtà è parola: Omero, Quintiliano e le Ariette

Omero quintilianoRENZO FRANCABANDERA | “La tua azienda favorisce la mobilità”. Così mi capitava di leggere su un banner nella homepage di una intranet aziendale in questi giorni. Un messaggio a qualche decina di migliaia di dipendenti di un grande gruppo sparsi nel mondo e chiamati a salpare con l’audacia di Ulisse. Verso dove? Da- a? E per quanto tempo? Mi imbarco ma tornerò a casa?
“Nessuno potrebbe superare Omero per sublimità negli argomenti di grande importanza e per proprietà in quelli di minore importanza: è ricco e conciso, ma è serio, degno di ammirazione per l’abbondanza per la concisione, supera tutti non solo per le sue capacità poetiche, ma anche per il suo vigore oratorio.”
E’ la versione data oggi per la maturità. Quintiliano che parla di Omero e dice “Ci ha dato infatti un modello” e Luciano Canfora in una esegesi del testo per Repubblica dice che il commentatore latino solleva una questione di fondo ovvero la centralità della parola nella comprensione del reale. La realtà è parola.

E Odisseo è un modello che regge a circa tremila anni di tradizione rapsodica. Ma è proprio la figura di Ulisse che evidentemente in questo tempo, nel nostro tempo, ha da dire. Anche Bob Wilson ha scelto di recente di dire la sua sul poema, con ricco dispiegamento di forze, trasformando l’Odissea in una sorta di avvincente cartoon dove mostri ed epifanie fantastiche si confondono al limitare fra coscienza e incoscienza.
L’Odissea è diventata un po’ la Bibbia del nostro tempo. Non per diffusione, perchè una qualsiasi biografia di Justin Bieber ha sicuramente molti più lettori fra i giovani. E perchè se giri telecamera alla mano nei mercati di Comasina a Milano c’è gente che ti guarda candida e ti dice che Omero non sa chi sia, e anche su Ulisse ha qualche dubbio.

E’ diventata la Bibbia perchè incorpora il sentimento dell’incerto, quell’angoscia della partenza senza certezza d’approdo per l’uomo del Duemila, lo stessoche non è nemmeno sicuro di riuscire a sopravvivere ancora 100 anni come specie vivente ma che trova in sè la scatenante forza di mettere al mondo suoi simili. Ecco, in tutto questo c’è qualcosa che 2800 anni fa evidentemente era uguale e che i rapsodi cantavano in modo molto chiaro.
Ulisse è sempre esistito.
E il teatro sembra averne fortissimo bisogno. Aveva un che di Ulisse l’Amleto padre di Latella, che cercava un alfabeto del contemporaneo nell’Hamlet’s project. E’ esistito in quegli esperimenti di Cesar Brie con il teatro delle Ande, in cui guerre e migrazioni erano proprio il codice di riporto per la spiegazione del reale da parte del regista italo argentino ai suoi attori boliviani.
Ed è la proposta che fa in questi giorni ad Olinda il Teatro delle Ariette, con un gruppo di abitanti del quartiere Comasina di Milano. Persone arrivate in Italia o che sono nate qui, ma che forse il destino spingerà a nuove migrazioni. O esseri viventi che un palmo di terra ferma alla propria coscienza non l’hanno mai potuto dare. A governare il progetto sono Stefano e Paola delle Ariette, con il loro modo di fare scena semplice, tradizionale, edibile, e che ha da sempre come centro proprio la parola attorno al desco. In fondo è quello che accade nell’Odissea con Ulisse che racconta nel dopocena qualche anno di vita.
Qui sono le periferie che, addentando brandelli di testo omerico, lo porgono all’ascoltatore. E la preghiera dell’accoglienza supplicata in tre o quattro dialetti africani diversi, in spagnolo latinoamericano, in afgano, in italiani diversi, con accenti di ogni regione. Insomma quanti Odisseo sono approdati a Comasina? Il Teatro delle Ariette ha scelto cinque episodi. Ha concentrato il fuoco sul racconto orale e sul porgerlo agli ascoltatori come l’eroe di Itaca ai Feaci. E in poche immagini qualificanti.
Pochi oggetti, le parole del misterioso Omero, una barca, il pubblico a bordo di un’imbarcazione in balia delle onde. E noi, marinai del contemporaneo, naufraghi appesi alle gabbie dei pescatori nel Canale di Sicilia per sopravvivere, favoriti o costretti alla mobilità e per di più obbligati, mentre siamo li’ appesi a sentire qualche sciocca rilasciar dichiarazioni che “beh, questo è un buon motivo per smettere di mangiare tonno”.
Faceva bene Circe a trasformarci in porci.



Categorie:Novità, PACondicio, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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