Vivere al buio: gli homeless di Roma si raccontano ai giovani attori dell’Accademia

I GIORNI DEL BUIO di gabriele lavia - foto di tommaso le pera .14LAURA NOVELLI | Mentre gli allievi attori del primo e del secondo anno dell’Accademia “Silvio D’Amico” sbarcano a Spoleto per partecipare ad una serie di eventi festivalieri molto interessanti (l’allestimento del testo “Lungs” di Duncan Macmillan diretto da Massimiliano Farau, il progetto “” che fino al 13 luglio li metterà in contatto con colleghi e registi internazionali e l’happening “Madness” condotto da Lorenzo Salveti), i neodiplomati del terzo anno hanno concluso il loro percorso formativo con un “saggio” finale andato in scena al teatro Argentina qualche sera fa.

Mi sono spesso chiesta cosa si aspettino dei giovani attori freschi di studi dallo spettacolo, per così dire, di “maturità”, e cosa soprattutto tesaurizzino, in termini di crescita artistica e personale, grazie ad un’esperienza che il più delle volte non li spinge oltre la soglia di quanto già precedentemente sperimentato. Ma se in passato, pur riconoscendo il valore di certe operazioni sceniche, le risposte a queste domande non sempre sono riuscita a trovarle, stavolta le cose stanno molto diversamente. Il saggio dell’Accademia, su regia di Gabriele Lavia, mi ha sorpreso. E sono convinta che ciascuno dei diciannove interpreti coinvolti in questo “I giorni del buio” abbia avuto modo di capire qualcosa di più del teatro e di se stessi. Lavia (pure drammaturgo) li ha infatti chiamati in gioco anche come co-autori, come reporter, come cronisti del reale, mentre Enzo Cosimi, curatore delle coreografie, li ha obbligati ad un uso del corpo fortemente consapevole e inconsueto nella pedagogia attorica di tradizione italiana (quella, per intenderci, che discende dall’Ottocento e che dimentica la maestria fisica esercitata dai nostri comici del Cinque e Seicento).

Il tentativo più audace del lavoro è quello di raccontare la condizione dei senzatetto romani affidandosi a testimonianze dirette raccolte dagli attori stessi in alcuni quartieri della capitale: Pina trascina la sua vita nei paraggi di Porta Metronia, Susy a piazza di Spagna, Karim alla stazione Termini, Mira davanti al teatro Argentina, Tiziana a via Catania, Vincenzo a piazza Navona. E, insieme con loro, altri barboni induriti dal dolore che compongono una geografia di lacerazioni, mancanze, nostalgie attraversate da assurde fatalità e altrettanto assurde contraddizioni. Prima fra tutte, quella che separa miseria e società dei consumi, estremo bisogno ed estremo spreco. Basti vedere la prima emblematica immagine: aggrovigliati su un grande carro/pageant formato da numerosi carrelli di supermercato incastrati tra loro, gli attori ballerini arrivano in scena come fossero anime dannate di un girone dantesco. Si notano i corpi quasi nudi, palpitanti e in disequilibrio, la pelle grigia e incipriata, la musica ad alto volume, il caparbio tentativo di restare attaccati a quella montagna di ferro che li fa sembrare animali in gabbia. In sottofondo, un rumore assordante di metropolitana con i fari sparati in faccia al pubblico. Poi, da questa massa informe e sofferente, si distaccano le prime esistenze: basta un cappotto infilato sul momento, un cappellaccio largo, un ombrello e l’anima si riempie di un corpo, la voce dà vita al racconto, ad una vicenda ne segue un’altra. Per l’intera durata, lo spettacolo segue questo andamento corale e insieme monologante, senza tuttavia stancare né scadere nella didascalia. Anzi, fa davvero un bell’effetto vedere questi giovani attori muoversi con tanta armonia e omogeneità sulle coreografie non sempre semplici di Cosimi, esprimendo con il corpo ciò che le parole non possono riferire e, al contempo, dando ad ogni singola storia il suo valore, la sua tragica dignità. Ne derivano diciannove “giorni di buio”, appunto, che restituiscono in modo incisivo – anche grazie alla bella regia di Lavia e all’ottima prova recitativa dell’intero cast – l’idea di una notte intesa, paradossalmente, come unica possibilità di vedersi, di sentirsi esistere. “Se nessuno ti vuole bene – ripetono più volte – non esisti. Sei un fantasma”. C’è chi ha lasciato la patria in cerca di fortuna, chi è uscito di galera, chi non ha trovato scampo ad un errore, chi ha scelto la strada per rivolta. Donne e uomini disperati. Eppure pieni di umanità. Di luce.



Categorie:Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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