The Living Room. Intervista a Thomas Richards (Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards)

291-DSC_7882-300x220ANDREA CIOMMIENTO dal Festival Collinarea | L’appuntamento del tardo pomeriggio presenta sacralità in equilibrio e appassionata accoglienza. Il 25 e il 26 luglio, nelle stanze del Castello di Lari (PI), il Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards allestiscono lo spazio con divani, tavoli e sedie per gli ospiti/spettatori, rallegrati dai doni che i performer possono offrire: frutta, calici di vino, tè rinfrescante, fette di pane e torte di produzione propria. The Living Room è un tempo scandito e preciso che può avere inizio soltanto dall’incontro tra i presenti al di fuori dell’appuntamento performativo. Incontriamo Thomas Richards al termine del loro canto su testi sacri iniziando il confronto dalla panoramica globale che il Workcenter può avere sullo stato attuale del teatro.

Il momento storico che stiamo vivendo come appare ai vostri occhi?
Non è un momento particolarmente difficile rispetto ad altri. In questi anni il mondo è diventato piccolo. Io e la mia squadra, con Mario Biagini, giriamo il mondo: Cina, Francia, Argentina, Italia, Stati Uniti. Questo è molto interessante perché ci offre l’opportunità di vedere lo stato delle cose in senso mondiale e non solo italiano. Questo è bello se si ha la forza di farlo perché ovviamente è faticoso. Quando siamo in questi posti, abbiamo l’opportunità non soltanto di presentare i nostri eventi performativi, ma anche di insegnare. Questo offre una possibilità differente. Ora la rete mondiale comincia a essere più presente. Il fatto è che c’è il costante rischio dell’inerzia. L’arte è un vero e proprio mestiere, non è solo una forma ma un lavoro fatto di azione, impulsi, drammaturgia, spazio. Tante cose da incorporare in una. È la possibilità di incorporare il mestiere come arma in ogni tipo di estetica e creazione.

Qual è il rischio di chi incontra l’esperienza del Workcenter e riproduce il modello imitandolo in altri contesti?
C’erano già molte imitazioni del lavoro di Grotowski quando era vivo. Di questi quasi tutti sono patetici. Ci guardano e ammirano la qualità del lavoro, allora si dicono: “noi dobbiamo cantare i canti sacri”. Questo è un disastro perché sbagliano. L’imitazione meccanica non porta mai da nessuna parte. Per noi questi canti servono a qualcosa di preciso. La domanda reale è un’altra: «C’è la necessità di fare qualcosa con questi canti o no?». Per arrivare a creazioni che sono piene di vita e senso è sempre necessario farsi domande personali e profonde: perche faccio questo? È proprio questo che devo fare? Rispondendo a queste domande, si può arrivare alle creazioni individualizzate, uniche.

Come potremmo raccontare ciò che Grotowski chiamava awareness?
Awareness vuol dire essere coscienti di quel che sta succedendo. Questa è una cosa importante nel nostro lavoro. È come un risveglio. Una qualità di circolazione. Quando Grotowski parlava di circolazione, faceva l’esempio di una macchina con le sue warning lights. Due frecce in due direzioni. Circolazione dell’attenzione verso l’esterno, suoni della stanza, e circolazione dell’attenzione verso l’interno, come un processo interiore ovvero cosa c’è nella mia testa. Com’è il calore, l’influenza, il modo in cui sono seduto in questo momento? Sono cosciente di tutto questo? Quel che sto pensando serve in questo momento? Awareness richiama a questa circolazione di attenzione. Per lui era una parola importante. La utilizzava indicando anche qualcos’altro: la verticalità. Parlava dell’esperienza che un essere umano può avere in un lavoro strutturato e performativo dove le diverse qualità di energia risvegliate servono a trasformare la percezione e presenza dell’attuante.

Quale immagine potremmo usare?
Una cascata interiore sottile che percorre il corpo come strada. Queste energie salgono e vanno verso una qualità di energia sottile che sembra di risiedere fuori di noi. Il dialogo tra quelle nostre e quelle che stanno come sopra di noi. La parola awareness la utilizzava anche in relazione a questo tipo di esperienza.

The Living Room accoglie nella sua stanza lo spettatore/ospite/testimone portandolo in uno stato di compartecipazione…
Uno può pensare alcune cose sul Workcenter, sulla verticalità come detto prima ovvero che questo tipo di cose succedano come atto in una glass case protetta. Come se questo potrebbe succedere solo in una chiesa o meditando. Abbiamo parlato dell’arte: in questo tipo di lavoro l’importante è sempre riesaminare il lavoro così che si ampliano alcuni concetti e si sviluppa la traiettoria. The Living Room è un passo in quella direzione. Vogliamo dire: questi processi non possano soltanto essere vissuti in un laboratorio protetto. Siete accolti, si può parlare prima o dopo il lavoro. Si può scoprire in un attimo il contatto tra le persone, in un bar, in una strada, in una casa. L’altra cosa è quella di entrare in un tipo di sogno, in un viaggio come un’Odissea in casa. Si pone questa domanda: è possibile fare questo tipo di Odissea anche nella propria casa, senza partire dal soggiorno? È possibile farla soltanto in un luogo cosi detto « sacro » ? È un nostro modo di cominciare a cogliere le persone capendo che uno che viene a vedere questo è una persona. Si tratta di fare il nostro lavoro, stare insieme con loro, e anche esaminare: chi sono qui? Chi sono gli altri?

L’articolo ha subito alcune modifiche su richiesta scritta del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards di Pontedera (PI)

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