Odemà e il dio «A sua immagine»

 a tua immagineVINCENZO SARDELLI | È artisticamente più che riuscito, filosoficamente soggettivo e parziale, questo A tua immagine degli Odemà, via crucis d’avanspettacolo che ha aperto la stagione del Teatro della Contraddizione di Milano. Una sequela di sferzanti denunce su origine, storia ed essenza del Cristianesimo. Uno spettacolo dinamico, di sorprendente artigianato teatrale, che diventa spunto di riflessione per lo spettatore, qualunque sia il suo sentimento religioso.

L’atmosfera è straniante sin dall’abbrivo. Un grottesco dialogo tra due lampadine intermittenti asseconda con alterna intensità il volume di due voci, una femminile l’altra maschile. Poi, sotto un lenzuolo alla maniera di Kantor, tre bozzoli, tre essenze, con michelangiolesca irruenza si strappano alla materia e diventano forme. Quali forme? Quella di un dio-donna interpretato da una superba Giulia D’imperio; quella di un povero cristo martire (l’introspettivo Davide Gorla) che stenta ad arrendersi ai progetti galattici del dio padre-madre; quella di un diavolo derelitto (Enrico Ballardini) la cui incosciente oscurità serve solo a dare risalto alla luce divina.

È il preludio alla Creazione, dialogo fra eternità, confronto fra ruoli complementari solo all’apparenza, in cui cerca d’insinuarsi il dubbio. Dio irremovibile prefigura una storia di sacrifici e martirî, di guerre sante, stragi, supplizi e penitenze. Cristo, preda dei rimorsi, tenta invano di ribellarsi. Il diavolo, che un cuore ce l’ha, prova a ricucire il luciferino strappo originale. Vorrebbe essere riaccolto in cielo; non ne può più di irretire le anime solo per assecondare la bizzarra dialettica tra bene e male su cui si fonda il potere divino.

Tanta ironia in questa pièce costruita a sei mani, recitata con carattere ed energia, nata da impulsi culturali di spessore (Goethe, Saramago, Pessoa, ovviamente la Bibbia) e declinata in una miriade di temi: il significato delle religioni, il senso del potere, il valore del dogma, il machiavellismo nei rapporti umani, l’eterno conflitto tra genitore e figlio, il confine indefinito tra bene e male.

Tanti, anche, i linguaggi usati: il teatro di figura, l’animazione a vista, il teatro delle ombre, l’accompagnamento musicale di un istrionico Enrico Ballardini, chitarra incerottata, testi e stile a metà tra La Buona Novella di De André e i Gufi. Un tip-tap in costumi scalcinati scandisce i passaggi di scena, tra danze sbilenche e pantomime vivificate da vocette strambe, botta e risposta rinforzati dall’uso della rima.

Il lenzuolo bianco sulla scena è scenograficamente impacchettamento stile Christo, sipario, costume, diaframma, schermo per ombre cinesi, involucro, nascondiglio. Simbolicamente è sindone, velo che dà il la a giochi di prestigio o inaugurazioni, tonaca da rito sacrificale.

A tua immagine è una creazione organica, ritmata, tra espressionismo e avanspettacolo, allucinazione, lirismo e fisicità. Le atmosfere sono “dantesche”, nel senso più di Emma che dell’Alighieri. Affiora solo la sensazione che il testo si avviti un po’ su se stesso, batta troppo su crimini e misfatti della storia bimillenaria della Chiesa. Senza che ci sia una voce credibile che faccia da contrappunto. Senza che sia proposta, anche lateralmente, una verità “altra”.

Comments

  1. Sono d’accordo su tutto, tranne sugli appunti riguardo al testo. E’ molto bello. Ma non è della compagnia. Loro non lo dichiarano ma è preso integralmente da Saramago, “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo”. Un piccolo peccato di vanità per gli Odemà, forse. Ma un torto terribile nei confronti del maestro portoghese.

    • vincenzosardelli says:

      Sempre benvenuto l’apporto del lettore, specialmente se colto come il suo, Giuseppe. Di fatto le derivazioni del testo sono citate. Ballardini ammette la rielaborazione degli originali, con l’apporto simultaneo dei tre componenti la compagnia. E’ in quella fase che si può decidere se seguire pedissequamente il testo, oppure “tradirlo” in qualcosa. Io ho espresso la mia opinione, che peraltro non vuole essere una sentenza. Ci mancherebbe: la libertà prima di tutto!

      • Trovo la sua recensione puntuale e condivisbile. Il mio rammarico va verso l’atto di piccola disonestà della compagnia. Fossi in loro – per fare un buon servizio allo spettatore che non conosce il capolavoro samaghiano – avrei sottotitolato lo spettacolo con la dicitura: “Liberamente (?) tratto da Vangelo Secondo Gesù Cristo”. Dell’elaborazione non trovo tracce. Un caro saluto, seguo i suoi articoli sempre con vivo interesse.

  2. vincenzosardelli says:

    Girerei queste sue osservazioni alla compagnia, che auspico voglia intervenire nel dibattito. Lei continui a seguirci, caro Giuseppe. Soprattutto, custodisca questa devozione per Saramago. E per la verità (“filologica” e non solo). Grazie di tutto.

    • Grazie mille, spero che le mie osservazioni fungano da spunti di riflessione per la compagnia. Continuerò a seguirvi di certo.

  3. Grazie a Vincenzo Sardelli per la bellissima e lucida recensione. Grazie anche al lettore Giuseppe per l’accurata riflessione sul testo di “A tua immagine”. Un progetto drammaturgico che prende sicuramente spunto per buona parte da un capitolo del Vangelo secondo Gesù Cristo di Josè Saramago. Cosa della quale peraltro non facciamo mistero, dal momento che è citato sia nella scheda artistica (sempre presente nei teatri dove andiamo) sia in tutti o quasi i comunicati stampa che facciamo. Così come citiamo anche gli altri grandi classici da cui ho attinto per redigere l’opera: “Faust” di Goethe, “Pagine esoteriche” di Fernando Pessoa, “Il paradiso perduto” di John Milton. Il pezzo introduttivo poi è stato scritto da Enrico Ballardini che ha anche contribuito insieme Giulia D’Imperio e a me al rimaneggiamento e adattamento di questi classici per la realizzazione del progetto drammaturgico.
    Progetto drammaturgico appunto, lo ribadisco perché è ciò che abbiamo scritto in locandina e anche qualcosa su cui a lungo mi sono interrogato insieme a Enrico e Giulia. Prima di tutto per la precisa volontà di non volermi appropriare di qualcosa che non ho scritto io. In secondo luogo per la sconfinata ammirazione e il rispetto che portiamo al maestro Josè Saramago, immenso, che a mio avviso si è già guadagnato un posto al fianco dei grandi scrittori che attraversano le epoche. Abbiamo cercato in tutti i modi di incontrarlo nel suo ultimo viaggio in Italia. Viaggio che (forse lo ricorderà anche lei Giuseppe) il maestro dovette bruscamente interrompere a causa della malattia che purtroppo lo portò qualche mese dopo alla morte. Resta il fatto che citare o meno lo scrittore portoghese al quale tanto dobbiamo, sia per il grande contributo che apporta al testo, sia per il segno che il suo libro ha lasciato in ognuno di noi tre, è stato oggetto di lunghi dibattiti anche interrogando agenti ed esperti di burocrazie teatrali e diritti d’autore. Non mettere il nome di Saramago in locandina è stata una scelta, pure sofferta. La critica di Giuseppe solleva però un questione importante: può una giovane compagnia indipendente permettersi di citare un autore altolocato senza pagare cifre che superino gli introiti? (immagino non occorra citare le condizioni attuali del teatro indipendente, dove rientrare delle spese è considerato un successo) Giusto o no, alle compagnie come la nostra non rimarrebbero che due scelte: o mandare alle ortiche un progetto bello, come è stato bello realizzare “A tua immagine”, oppure accettare che di tanto in tanto possa succedere qualcosa di simile a quello che è occorso questa volta con Giuseppe: che a uno spettatore che conosce bene Saramago che non abbia letto la presentazione in sala o fatto due chiacchiere con noi dopo la piéce, definisca un piccola disonestà la scelta da noi fatta. Spero che queste poche righe possano fare luce sulla trasparenza dei nostri intenti. Le barriere che cerchiamo di rompere in fin dei conti non riguardano solo i retaggi culturali religiosi, ma anche quelli che generano logiche che spingono compagnie anche giovani a mettere in scena sempre e solo autori come Shakespeare, Goldoni, Aristofane etc. che non hanno diritti d’autore in quanto morti da qualche secolo e che occupano ben più della metà di tutte le rassegne del nostro paese. Concludo rispondendo alla critica di Vincenzo che fa notare la mancanza di una voce a contrappunto del battere su crimini e misfatti della storia bimillenaria della Chiesa: è una scelta registica precisa. Il dibattito, assolutamente costruttivo, deve nascere ma dopo lo spettacolo.
    Grazie a voi e alla possibilità di approfondimento che ci offrite con questo blog, siamo a disposizione per ulteriori approfondimenti e altre informazioni anche via mail (odemago@gmail.com) o sul sito http://www.odema.it

    un caro saluto. Davide Gorla

    • vincenzosardelli says:

      Risposta ricca e sincera, che sposta la riflessione su questioni pratiche in genere trascurate da critica e pubblico, ma che invece sono essenziali anche più dello stesso talento per il percorso artistico e persino per la sopravvivenza di una compagnia teatrale. Grazie a Davide e Giuseppe, che con i loro interventi hanno arricchito il dibattito su PAC. E’ ciò a cui aspiriamo sin dal nostro “atto costitutivo”.

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