Se anche sala e critica sono «Poveracce»

poverine

VINCENZO SARDELLI | Io di Poveracce non volevo parlarne. Non tanto perché questo spettacolo (soggetto di Scotti e Coletti, con Gianna Coletti, Beatrice Schiros e Vanessa Korn) è malriuscito. Neppure perché muovere rilievi decisi mi turba. Dante diceva che «perder tempo a chi più sa più spiace». Io sapiente non sono. Ma ci tengo a non precipitare.

Intendiamoci. Le poveracce non è un obbrobrio. Ho visto di peggio. E si sa che il pubblico, quando sceglie, un po’ guarda il portafogli, un po’ le presentazioni sui media. Se annusa che c’è da ridere rompe gli indugi. Tanto più se a teatro ci va con groupon. Della serie: «io a teatro voglio rilassarmi dopo una giornata di lavoro. Sennò m’addormento». Una volta ho visto gente che si sbellicava mentre Otello strangolava Desdemona. Aveva pagato per ridere.

La folla a teatro ci va per i volti noti. Megapubblico davanti ai comici di Zelig. Una volta mi sono avventurato anch’io al Nuovo per la La dodicesima notte. Con Paolantoni. Pienone. Una noia. La gente rideva. Sono uscito a metà spettacolo.

La folla va assecondata. Vent’anni fa me lo confidò il direttore del San Babila. Quello che proponeva non era teatro. Ma la gente vuol ridere. E allora giù con Feydeau. E con Salemme. Qualche anno dopo ne riparlai con Syxty. Dirigeva da poco il Litta. Gli chiesi perché non facesse più gli spettacoli belli dell’Out Off. Rispose ironico: «devo pur mangiare».

Il cattivo gusto impera. Colpa della famiglia o della scuola? Della tv o dei politici che dicono che «con la cultura non si mangia»? Corrado Accordino, direttore del Binario 7 di Monza, ha smesso di rodersi il fegato: «le scelte del pubblico sono incomprensibili». Per César Brie «chi è troppo bravo, fa paura nel deserto del teatro italiano».

Anche al cinema abbiamo sdoganato Giovannona Coscialunga, L’esorciccio e La polizia s’incazza. Boldi e De Sica (figlio) sono maître à penser, Habemus papam un filmone.

Io di Poveracce non volevo parlarne. Ma come si fa a tacere quando anche certa critica riesce a dire che è uno spettacolo «espressionistico», «un prezioso momento di autoanalisi collettiva», da cui sia gli attori sia il pubblico «traggono enorme giovamento»? E poi la prova delle attrici: la Korn che «cresce a vista d’occhio», la Schiros il cui talento «straripa, esonda in maniera incontenibile», la Coletti che svetta al punto che «senza paura di esagerare» si può osare «un parallelo con Franca Valeri».

Minchia… E intanto sold out, applausi, bene-brave-bis. Possibile?

Poveracce. Perché i personaggi sono inconsistenti, ripetitivi. Macchiette a partire dal nome: Fortunata Speranza patita di gioco d’azzardo; l’Avvocato delle Pene malata di “pene” (femminile plurale) d’amore; Zocco Lara malata della stessa roba di prima (stavolta maschile singolare). Tre monologhi che non fanno una storia. Che non superano i venti minuti ciascuno. Perché, gira e rigira, non hanno niente da dire. E allora che t’inventano? Appiccicano i monologhi con la saliva, li montano in sequenza alternata e arrivano al minimo sindacale di un’ora di spettacolo. Nessun intreccio, nessun epilogo. Regia zero, luci da oratorio, pubblico che ride, critica (una parte) che plaude.

Poveracce. Perché loro a recitare sono brave. Ed è vero che la Korn sta migliorando. E la Schiros se la cava sempre. E la Coletti, buttala via. Ma il teatro «è tutto un complesso di cose».

Poveracce quelle persone che fanno critica e si chiedono solo se l’attore entra nel personaggio con una buona gestualità. Perché la critica è anch’essa «tutto un complesso di cose».

Forse ha ragione Corrado d’Elia quando dice che la critica sta morendo. Perché se ci fermiamo alla didascalia, agli ammiccamenti, al «mi piace» (come stigmatizza Serena Sinigaglia) non siamo solo morti: puzziamo di cadavere. E di piaggeria. Capito l’eufemismo?

Comments

  1. Michelangelo Zeno says:

    Non ho assolutamente capito cosa c’entra il filmato della Cannella alla fine.

    • vincenzosardelli says:

      Nell’articolo si parla essenzialmente del ruolo della critica. Che deve essere un tramite tra opera e pubblico. Ed esprimere una valutazione. Il decalogo di Claudia Cannella va in questa direzione. Per trovare l’articolazione completa dei dieci comandamenti conviene cliccare direttamente sul pulsante Youtube in basso a destra.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: