Parola e Potere: ovvero del Frost/Nixon all’Elfo e non solo

frost nixon 1

foto laila pozzo / nep-photo

RENZO FRANCABANDERA | Ci sono momenti della Storia di cui l’arte fornisce traduzione in maniera difforme, ma che vengono ricondotti visibilmente a filoni di indagine comuni.

E’ così che in un lasso di tempo relativamente breve, parliamo di mesi, arrivano sui palcoscenici italiani proposte volte ad indagare il filone non del potere in generale, ma del rapporto fra parola e potere, tali da restituire un corpus di approfondimento davvero interessante.
Pensiamo in primis allo spettacolo che muove questa riflessione, ovvero il riuscito e brillante Frost/Nixon, in scena in questi giorni all’Elfo di Milano, ma anche al lavoro di Fanny&Alexander arrivato al secondo capitolo e iniziato l’anno scorso con Discorso Grigio, una riflessione proprio sulla deframmentazione della mimica e della parola nel suo rapporto con il potere, la finzione, la realtà.
Sul rapporto invece di forza e su come la parola sia in grado di incorporarlo, non possono non venir menzionati due spettacoli ispirati allo stesso testo, “Le Benevole” di Jonathan Littell, e che sono il Die Wohlgesinnten di Latella e il Lingua Imperii di Anagoor. Spettacoli questi usciti negli ultimi mesi e che portano lo spettatore ad addentrarsi in una materia che è ricchissima.
Ma andiamo a Frost/Nixon, co-produzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile dell’Umbria, inserita nel programma di Autunno Americano del Comune di Milano, spettacolo particolarmente accessibile e costruito ispirandosi a due principi che sempre, a mio avviso, occorrerebbe cercare in un esito scenico, ovvero il principio di accessibilità e il principio di semplicità/necessità.
Quanto al primo, Frost/Nixon, nella riproposizione pressochè integrale della drammaturgia di Peter Morgan scritta nel 2006, che ebbe immediata versione cinematografica da parte di mani-d’oro-Ron-Howard, il principio trova pieno rispetto in un meccanismo drammaturgico ad orologeria, brioso, thriller, capace fra rewind e fast forward temporali e spaziali di creare tessere fattuali che vanno ad incastrarsi perfettamente nel mosaico narrativo. La storia è davvero semplice, di una non casuale maschile dominanza di figure (unica donna Claudia Coli), e racconta di fatto di come l’anchorman Frost (Ferdinando Bruni) all’apice del successo televisivo, accetti, dopo le dimissioni, di realizzare una serie di interviste con l’ex presidente Richard Nixon (Elio De Capitani).

foto laila pozzo / nep-photo

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Il manager del presidente (Luca Toracca) negozierà una fee altissima per l’esclusiva (precorrendo i tempi); a fianco dell’ex leader azzoppato ci sono uomini d’ordine dell’apparato che hanno ogni interesse a non veder scalfito quanto fatto durante la presidenza (Nicola Stravalaci). Sarà il gruppo di giovani giornalisti e reporter (Alejandro Bruni Ocaña, Andrea Germani, Matteo De Mojana) che con il loro fiuto da segugi riuscirà a trovare le prove necessarie a portare Nixon alla confessione in quell’epica serie di duelli cui è dedicata di fatto la seconda parte dello spettacolo.

In una scena di fatto vuota, eccezion fatta per qualche monitor tv e quattro poltrone in pelle che diventeranno, allineate, interno d’aereo o di automobile e sala di registrazione, le luci di Nando Frigerio, riescono a trasportare lo spettatore in ambienti Seventies davvero evocativi, con pochi giochi d’ombra e un mood californiano da età del surf, a cui si intonano anche i costumi. E qui siamo al principio di semplicità. Questo esito, pur con il grande lavoro che ovviamente mostra di avere alle spalle, è di fatto scenicamente povero, non vuole stupire, come pure avrebbe potuto fare, con effetti speciali inutili.
Ed è proprio qui la sua forza vera. Che poi è la vera grande forza del teatro, ovvero l’attore. Dalla titanica prova di Elio de Capitani, già a suo agio in ruoli analoghi a cinema, a quella di Bruni, capace di beccheggiare fra euforie e depressioni tipiche di quel genere di caratteri, e in generale la prova convincente del gruppo, votati a creare quella solidarietà da giovani segugi da Untouchables e il profilo delle figure di regime.
La cosa più entusiasmante e drammatica, nella visione di Bruni/De Capitani, risulta l’assoluta aderenza del modello di discorso politico tanto agli stilemi oggetto dello studio puntuale di altri studiosi della scena, Fanny&Alexander su tutti in questo caso, quanto alla realtà e alla tragica mimica dei governanti dell’età dei mass media, protagonisti del nostro tempo e cui inevitabilmente il pensiero volge.
Dal Watergate in avanti, fino ai parimenti miserabili “gates” dei giorni nostri, la storia è sempre dei grandi che arrivati all’apice finiscono per palesare le loro miserie in affari di piccolo cabotaggio, losche storie di prostituzione, e quel seguito di figurine di regime che sempre attorniano il potere. E che lo trascinano inevitabilmente a fondo quando è tempo.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Serie tv, Teatro

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