Preghiera – un atto osceno: la malattia letta attraverso la parola

preghiera_ortolani_bartuccaRENZO FRANCABANDERA | Preghiera – un atto osceno, è un lavoro teatrale nato da uno scritto di Margherita Ortolani e che Phoebe Zeitgeist, compagnia milanese, ha deciso di portare in scena affidandone l’interpretazione alla stessa Ortolani e a Vito Bartucca, alter ego, ora complice ora nemico e belva feroce, pronto ad incarnare la stolida violenza dell’universo medicale di cui la drammaturgia parla.

Una donna malata racconta come il traslarsi del suo corpo fra sanità e malattia, corrisponda progressivamente ad un imbestialirsi del rapporto con il lessico e il potere della parola tecnico-scientifica, in un percorso fra umano-troppo umano e disumano che coinvolge sia la forma testuale, ambiziosa tra rimandi ballardiani e post-punk ed epos femminile tragico, sia il il concetto filosofico dell’invocazione laica, concetto primordiale di preghiera, anteriore a quello che la tradizione religiosa ci ha poi tramandato.
La condizione del malato, fra speranze di ritorno ad una vita di spensieratezze e la gabbia della costrizione della malattia, trovano nell’allestimento metafore e rimandi continui, fra sogni e realtà di una ricomposizione all’unità che di fatto appare impossibile nella visione che viene proposta.
La regia, come sempre nei lavori della compagnia, è di Giuseppe Isgrò, con suo fratello Giovanni al suono, e la dramaturg Francesca Marianna Consonni a corroborare il sostrato di pensiero dell’allestimento, con una presenza quasi ideologica assai decisa.

Il gruppo di lavoro ha alle spalle diversi spettacoli e collaborazioni, e ricordo personalmente con emozione il Loretta Strong interpretato da Margherita Ortolani visto in un sottoscala di Viale Monza a Milano, fra le prime ricerche del collettivo. Quel Copi parve davvero audace, la Ortolani un talento naturale, e la regia degna di essere seguita oltre. Le sequenza di parole, le frasi di Loretta, erano intervallate da piccoli suoni, interruzioni, menzioni enfatiche di questo o quell’elemento verbale, in un susseguirsi di parossistiche difficoltà di fruire la lingua senza affogare in una perdita di senso e di sensi evocativa delle più profonde intenzioni di Copi.
Nel seguito, l’approccio di questa poetica all’universo letterario post punk è valso a Phoebe Zeitgeist una serie di ricerche sui codici multimediali, musicali, poetici e letterari che hanno creato una sorta di sintassi del loro teatro, composta di frazionamenti frequenti e costanti e di esplosioni di senso che si concentrano sulla singola parola,  sulla capacità della stessa di diventare conflitto, elemento di crisi con il potere, con la società, con il senso comune, e con il banale.
Nel seguirsi delle proposte, questa sintassi è divenuta via via più stringente e quasi crudele, nel suo declinarsi, trovando sempre in Copi l’autore di elezione fino ai due progetti del 2013: un allestimento dei blues di Tennessee Williams, interpretato fra gli altri dalla stessa Ortolani ed Elena Russo Arman, e ora Preghiera, in collaborazione con il Garibaldi di Palermo. Il primo è in remake, dopo un debutto al Tertulliano nella stagione scorsa, ed approderà all’Elfo, mentre Preghiera, dopo aver debuttato al Garibaldi, è arrivato a Milano in questi giorni all’interno di una rassegna che porta in scena alcune compagnie palermitane, sempre sul palcoscenico dello Spazio Tertulliano.

La chiave dei lavori del biennio 2012-13 di Phoebe Zeitgeist ha due direttrici di analisi a nostro parere rilevanti: la prima è l’indagine quasi ideologica sulla parola. La seconda è quella su segni e simboli della scena. L’evoluzione di queste due componenti sta portando il gruppo a fronteggiare complessità che in scena trovano soluzioni dense, dove l’accumulazione di segni, frazionamenti, continui stop&go, enfatiche declamazioni e declinazioni del “parola per parola”, hanno senz’altro un’efficacia evocativa, ma rischiano di far perdere il sapore unitario del lavoro. E questo rischio a noi pare piuttosto tangibile nella produzione recente, dove l’armamentario “ideologico” sta probabilmente chiamando più spazio rispetto alla leggerezza artistica che il teatro comunque deve conservare, per preservare l’intensità del dialogo dal vivo con lo spettatore, salvo non lo si voglia porre in una condizione non propriamente dialogica ma di ricezione di una modalità netta, tagliente, e in alcuni casi, al limite, anche meno accessibile, con una scelta dal sapore deciso ma che inevitabilmente alla lunga rischia di apparire ripetitiva e poco fluida.

Forse PZ è uno dei pochi gruppi che svolge un’indagine sull’arte contemporanea e su un codice linguistico e letterario-filosofico così strutturata, e questo ci ha fatto da subito sentire grande vicinanza al progetto. Non nascondo la personalissima difficoltà di leggere gli ultimi esiti, questo compreso, e la convinzione che la forma spettacolare, approcciata come una battaglia parola per parola, una guerra casa per casa, possa anche portare a qualche conquista sul concetto e sul ruolo del teatro per il gruppo, ma rischia anche di lasciare alle spalle un panorama simbolico e semantico troppo trafitto, cui lo spettatore guardi poi con algida distanza.
Ovviamente ci saranno casi contrari, di spettatori in lacrime, soggiogati dalle vicende umane della protagonista di Preghiera (bene gli interpreti, anche l’inaspettato Bartucca), ma dovendo dire come l’ho vissuta, nell’onestà profonda del pensiero e del sentimento soggettivo appassionato, ecco, io l’ho vissuta così: concentrandomi parola per parola, sforzandomi di seguire tutto, ma non riuscendo poi a ricordarmi le battute di pochi istanti prima. Un peccato che la parola non possa fermarsi in giusto tempo nella mente di chi la ascolta, e decantare, come la polvere del caffè turco che rilasci lentamente il suo sapore, senza continue rimescolate di cucchiaino, a sconvolgere tutto ad intervalli frequentissimi di pochi minuti.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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