Con quella faccia un po’ così: il volto dell’Italia secondo ReSpirale

32GIULIA MURONI | La telecamera registra tutto. Lo scontro nella via, il lancio dell’estintore, il colpo di pistola, la camionetta che fa retromarcia e passa sul corpo.  Che resta lì.
“Con quella faccia un po’ così/ quell’espressione un po’ così/che abbiamo noi che abbiamo visto Genova/che ben sicuri mai non siamo/che quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più”
Dopo Carlo Giuliani, l’assalto alla Diaz e le sevizie alla caserma di Bolzaneto i versi di Bruno Lauzi scritti nel 1975 sono inquietanti, fanno salire un rigurgito di livore per gli efferati soprusi. La rabbia per i calci in faccia,  per la violenza da parte dello Stato ai danni di una generazione intera, umiliata, messa a tacere.
Sono passati 12 anni e la violenza è stata perpetuata da una trafila di condanne parziali e ingiuste. ReSpirale Teatro ce lo ricorda con una scena straziante, cattiva in cui alla versione di Paolo Conte di sottofondo si accompagnano i calci sullo stomaco. Proprio come a Bolzaneto. Buttare il sale su una ferita amara e indissolubile è il tentativo, nel proprio piccolo, con i propri strumenti, di svegliare bruscamente il nostro Belpaese sonnecchiante con i ricordi di un passato recente.

Si avverte quando è un’urgenza ad animare uno spettacolo. Quando il motore primo non si esaurisce nella ricerca estetica, stilistica o marchettistica ma si dispiega nella manifestazione di senso determinata da un consistente bagaglio di riflessioni, tentativi, quesiti. ReSpirale Teatro per il suo “L’Italia è il paese che amo” è partita dalla necessità di raccontare la storia degli anni 90 in Italia e di raccontarli in prima persona con i propri ricordi e attraverso l’elaborazione di ciò che si è sentito. Racconti riferiti da qualcun altro perché la regista Veronica Capozzoli e gli interpreti Debora Binci, Antonio Lombardi e Emanuele Tumulo hanno meno di 30 anni e di alcuni fatti hanno un ricordo sfocato, infantile, filtrato dalle storie dei grandi.

Ma forse per questo viene meno il loro diritto di raccontarle? Chi ha il diritto di ricordare?

Visto a Torino, all’interno della rassegna “Schegge” a cura de “Il cerchio di gesso”, lo spettacolo ricostruisce la memoria personale e collettiva di quel decennio a partire dalla caduta di un muro, che è il frantumarsi di certezze comode come i cuscini bianchi scaraventati sul pubblico, è l’uscita violenta dell’energia da un circolo a ripetere. Ma il disperdersi di questa forza genera nuovi mostri e allora Craxi, Tangentopoli, le stragi di mafia, la mucca pazza, Berlusconi. Tutto questo dentro una narrazione corale incalzante, fatta di brevi sequenze sceniche a ritmo serrato. Capozzoli osserva che il nostro è il tempo del videoclip, in cui rientra anche il cosiddetto approfondimento televisivo e a cui siamo assuefatti. Appropriarsene significa restituirlo con nuovi significati, con quello stesso ardire polemico con cui viene riprodotto il trash, come linguaggio dell’ideologia dominante ma con valenza simbolica sovvertita.  I valori morali messi all’asta, le stragi di mafia snocciolate all’estrazione del lotto, l’emancipazione femminile mutilata e frustrata in una fame compulsiva di corn-flakes e carote, l’imposizione delle fobie collettive, la mucca pazza, sembrano ricordare la nostra svendita al grammo. Questo montaggio vertiginoso si conclude con un finale amaro, sospeso, efficace.italia amo

E se ha ragione Artaud che “l’arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca” ReSpirale non si sottrae al compito di un teatro politico, in cui l’etichetta “politico” risulta già superflua perché è il teatro stesso ad essere inteso come un luogo di condivisione attiva, uno spazio libero di assunzione di responsabilità. Responsabilità di presa di parola, espressa con acume e ironia caustica che rivelano uno sguardo tagliente e una rabbia viscerale verso l’eredità di un mondo di merda di cui non ci si vuole sentire soltanto vittime e spettatori passivi. Su questo sfondo sembrano stagliarsi anche “La Zattera della Medusa”, che indaga sull’imposizione normativa dei concetti di follia e salute e il recente “Napoleon- Anatomia della felice insurrezione”  che, a partire da Orwell, si interroga sulla portata rivoluzionaria del cristianesimo. Nato nel 2009, “L’Italia è il paese che amo” ha ricevuto la Segnalazione Speciale al Premio Scenario nel 2011 e non cessa di trasformarsi perché è materia viva e pulsante, soggetta al cambiamento necessario per crescere e rinnovare con forza il fremito di quell’urgenza iniziale. Per continuare a ribadire la necessità di avere voce in capitolo.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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