Se volessi pubblicare: come zittire (o no) l’Hemingway che mi urla dentro

Hemingway_1EMANUELE TIRELLI | Se volessi pubblicare 300 copie del mio libro di 140 pagine, in bianco e nero, con una qualità di stampa standard, un tipo di carta crema con grammatura 70 g/mq di formato 15×21, con copertina a colori plastificata opaca e senza alette, morbida con brossura fresata con colla poliuretanica, verrebbe a costarmi 771,00 euro, iva esclusa.

Che senso ha scrivere? Che senso ha pubblicare un libro? Perché faccio queste domande stupide?

Inizialmente mi sono sembrate molto stupide, decisamente stupide. Ma piano piano, a furia di pensarci, hanno iniziato ad acquisire una leggera dignità.

 Scrivere non ha alcun senso. Scrivere poesie, romanzi non ha davvero alcun senso se non quello di scrivere. Un autore dirà che non sa perché scrive. Scrive perché gli viene da scrivere. Anzi, è come una necessità. Sarebbe come chiedere “perché respiri?”. Eh, ne ho bisogno. Stesso discorso per ogni forma di espressione artistica. Quindi tutto ok con la prima domanda.

Se scrivo un racconto, un romanzo, una raccolta di poesie e voglio pubblicarla non incontro nessun particolare problema. E pensare che molti autori si sono dannati per i rifiuti ricevuti. Oggi si scavalca il rischio del rifiuto e si va dritti al risultato, dritti alla casa editrice, dritti dritti con il libro in una mano e un po’ di soldi nell’altra. Oggi, per pubblicare, basta rivolgersi a una delle decine e decine di case editrici a pagamento per concordare il numero di pagine, il formato, il tipo di carta… Copertina lucida? A colori? Brossura? Numero di copie? Poi si mette mano al portafogli e si ottiene in cambio il proprio libro stampato con tanto di codice Isdn. Questa però, aiutatemi, non è una casa editrice. Questa è una tipografia. La casa editrice è quella che sceglie una linea editoriale, che sceglie un libro e decide di pubblicarlo, che investe su quel libro. Investe soldi propri. Che prima della pubblicazione affianca un editor all’autore. Che segue l’autore, lo distribuisce e lo promuove. Perché? Perché ama il libro che ha scelto e perché deve rientrare dell’investimento fatto. Se invece pago qualcuno per pubblicare il mio libro, questo qualcuno non avrà alcun interesse a far sì che le vendite vadano bene, perché ha già realizzato il suo guadagno. Ma questo è ovvio, mi si dirà. Questo è estremamente ovvio.

Pubblicare un libro può essere un grande desiderio. Perché me ne dovrei privare? E poi si sa come va il mercato. Si sa come funzionano le case editrici. Pubblicano solo quelli famosi, quelli raccomandati, quelli simpatici. Allora io mi adatto e me lo pubblico da solo perché ho fatto un buon lavoro. Pensa che non volevano pubblicare nemmeno Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Proust, F.S. Fitzgerald, Pasolini, Hemingway e tanti altri. C’è un volume chiamato “Il gran rifiuto” di Mario Baudino che ne mette in fila un po’ e li racconta per bene, ognuno con la propria storia.

Ma se pago una casa editrice, una tipografia, per pubblicare quello che ho scritto, nessuno valuterà il mio libro, nessuno dirà se merita la pubblicazione o meno, se merita di essere aggiustato un po’. Nessuno dirà se ho scritto o no un buon libro. Se quello è davvero un libro. Sì, ma Hemingway. Sì, ma…



Categorie:Letteratura, Letteratura/Poesia, Novità, PACondicio, Satura, X MEDIA

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2 replies

  1. per tutti: le tipografie devono pur vivere!
    per gli altri: leggete Tomasi di Lampedusa, Proust, F.S. Fitzgerald, Pasolini, Hemingway…

  2. ognuno cerca il proprio equilibrio.Sono convinto anch’io che scrivere sia una necessità.
    La ricerca di una verità nascosta, il desiderio di esternarla per necessità, per parlare con la nostra coscienza.Colui che legge,comunque,si arricchisce e apre ad un mondo di riflessioni. Federico Tirelli .

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