Creare start up nel settore culturale: il caso SMartIt

donato nubile alla presentazione di smartitRENZO FRANCABANDERA | Fare impresa nei servizi culturali. Si può creare un’economia da processi a volte farraginosi e segnati da modalità spesso poco trasparenti e con lungaggini che stanno rendendo impossibile per molti fare produzione culturale? Un tentativo in questo senso prova a realizzarlo SMartIt, cooperativa in forma di impresa sociale, parte di un network che attualmente coinvolge 10 paesi europei. Si propone come punto di riferimento per i settori culturale e creativo in Italia per rafforzare la stabilità di remunerazione degli artisti, la loro solidità finanziaria e le loro capacità organizzative.
Ma non solo. In quanto progetto europeo mira anche a facilitare la mobilità internazionale degli artisti. Ne parliamo con Donato Nubile, referente per l’Italia di questa vera e propria start up.
Donato, quali sono le principali attività di questa nuova iniziativa che è partita e di cui sei il referente per l’Italia?

Le principali sono la gestione amministrativa dei contratti, la gestione complessiva di progetti artistici e la gestione finanziaria, attraverso un fondo di garanzia che permette i pagamenti in tempi certi e ripara dal rischio di insolvenza della controparte. Sinteticamente, SMartIt consente agli artisti e ai creativi di occuparsi esclusivamente della propria professione, assumendosi l’onere di gestire tutti i connessi aspetti legali, amministrativi, economici e finanziari.

Cosa vuol dire precisamente economia dei servizi per il mondo dello spettacolo oggi?

Negli ultimi anni si è assistito ad una crescita del Terzo Settore, in controtendenza rispetto agli altri settori dell’economia. In parallelo siamo stati testimoni dell’arretramento dell’impegno dello Stato e degli Enti Locali nei servizi ai cittadini. Il vuoto lasciato dal settore pubblico non elimina il bisogno di servizi pubblici essenziali. La cultura è un bene pubblico essenziale come lo sono la sanità, la mobilità, la giustizia. Il ruolo di SMart non vuole essere sostitutivo del necessario impegno pubblico nella cultura, ma vuole fornire un sostegno concreto a tutti gli artisti e i creativi, soprattutto se giovani e con poche possibilità di lavorare in autonomia. Agli artisti offriremo strumenti, non servizi: ossia mezzi per svolgere al meglio le loro attività. Non avremo clienti, ma soci, che attraverso il loro lavoro e il loro impegno contribuiranno alla crescita propria e della cooperativa, in un vero spirito mutualistico. Con SMart sono gli stessi artisti ad aiutare gli artisti.

Quanto questo tema si incrocia, ad esempio, con quanto sta emergendo dai tavoli di lavoro sul Welfare di cui si è fatta promotrice CReSCo in questi anni e di cui sei stato presidente?
Molto, direi. La ricerca “Rispondi al Futuro”, la più ampia indagine statistica sulle condizioni dei lavoratori dello spettacolo dal vivo mai realizzata in Italia e condotta da C.Re.S.Co. in collaborazione con Zeropuntotre e Fondazione Fitzcarraldo, ha fotografato scientificamente le condizioni del settore. In un mercato del lavoro quasi per niente strutturato, il settore impiega giovani professionisti più di quanto non accade in altri settori, con un livello di istruzione medio dei lavoratori superiore alla media nazionale; eppure è caratterizzato dal più altro grado di precarietà e di abbandono della professione dopo i 40 anni. Il tavolo sul Welfare elabora proposte per un sistema che riconosca la natura precaria e atipica del lavoro nello spettacolo e preveda un adeguato sostegno al reddito. L’azione di SMart, attraverso lo strumento del Fondo di Garanzia, riduce precarietà ed incertezza (agendo sul fronte dei pagamenti) e contribuisce a difendere la dignità del lavoro artistico.
Quanto ha influito l’esperienza di Cresco e l’esame dei deficit del sistema in Italia per farti intraprendere l’iniziativa.

E’ stata determinante. I fondatori di SMart (il progetto SMart nasce in Belgio) hanno ritenuto che C.Re.S.Co. fosse il partner adatto per valutare la possibilità e le condizioni per l’apertura di una SMart in Italia. La nascita di SMartIt avviene dopo uno studio di fattibilità condotto da un team di esperti selezionati da CReSCo, e finanziato da Fondazione SMartBe e Fondazione Cariplo. Dal punto di vista personale è anche grazie al perido di presidenza di CReSCo che ho potuto maturare la visione di sistema che ora mi è indispensabile per SMartIt. Tra le due organizzazioni c’è poi una coincidenza di valori: trasparenza, partecipazione, apertura. E di metodo di lavoro: gli artisti non possono più aspettare passivamente che qualcun altro risolva i loro problemi. E’ necessario impegnarsi in prima persona, in uno spirito mutualistico, ciascuno secondo le proprie possibilità e competenze. Il Fondo di Garanzia, ad esempio, viene alimentato anche da una quota dei proventi percepiti dagli stessi artisti.

Che sviluppi temporali ha la start up, quali sono le realtà target del servizio e a quante persone si riesce a dar lavoro?
Siamo già operativi e stiamo gestendo i primi contratti. Entro la fine del 2014 saremo pronti anche con la piattaforma on line: 24 ore su 24, 7 giorni su 7, l’artista avrà accesso ad un portale per gestire tutti gli strumenti messi a disposizione da SMart e legati, ad esempio, alla gestione delle attività: stato dei pagamenti, versamento dei contributi, rendicontazione delle spese relative ad una produzione, saldo del relativo budget a disposizione… Un gruppo di artisti non sarà più costretto ad aprire un’associazione se questa ha il solo scopo di servire come strumento di “produzione” di uno spettacolo, ma potrà rivolgersi a SMart. Più che lanciarmi in previsioni di impiego posso riportarvi quanto è successo in Belgio. Lì il progetto è nato nel 1998 in un ufficio di tre persone; oggi SMartBe ha 8 uffici solo in Belgio, 55000 soci, un fatturato annuo di 120 milioni di euro e dà lavoro a 150 persone.
Che opinione hai sulle leggi di riforma del settore di cui in questi mesi si sta parlando?

C.Re.S.Co. è stato e continua ad essere un attento interlocutore del MiBAC rispetto alla riforma dei criteri di assegnazione del FUS. La mia opinione coincide con quella elaborata dal Coordinamento e condivisa in maniera ampia tra i promotori. Alcuni aspetti, peraltro suggeriti anche dal nostro “Decalogo sui Finanziamenti”, sono positivi. Mi riferisco alle nuove prospettive di triennalità di finanziamento (purchè non si trasformino in un elemento di rigidità del sistema), ai canali di accesso agevolati per le giovani compagnie, al tentativo di una maggiore interazione tra i settori e le discipline artistiche, al riconoscimento (peraltro ancora fumoso) delle residenze, ai nuovi criteri di “qualità indicizzabile”. Ci sono però anche alcune perplessità, relative ad esempio alla mancanza di una precisa ridefinizione della stabilità pubblica e privata e alla poca duttilità dei meccanismi di finanziamento delle attività all’estero. Infine molto potrebbe essere ancora fatto su due aspetti che ritengo cruciali: il monitoraggio e la valorizzazione della progettualità.



Categorie:Interviste, Novità, Pensieri oscenici, Performing Arts, Satura, Scena, Teatro

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