Il teatro, la Storia, e l’imboscata del bigino

e-bello-vivere-liberiELENA SCOLARI | Vivere liberi è bello. Eccome. Vivere sicuri di sapere chi sono i buoni e i cattivi è invidiabile. Vivere cercando di essere obiettivi è più difficile. Secondo me.

Ad una certa età il disincanto è frequentazione più assidua che in tempo di gioventù. Disincanto è seduto al nostro fianco al Teatro Verdi di Milano, chissà se ha avuto un omaggio stampa, o forse si è imbucato per vedere lo spettacolo di Marta Cuscunà “È bello vivere liberi”, il titolo che l’ha fatta conoscere e le è valso il Premio Scenario Ustica. L’inizio del lavoro ci piace, Cuscunà è brava, racconta con passione la storia di Ondina Peteani, staffetta partigiana a 18 anni in Venezia Giulia, e tratteggia bene il disegno della nascita di una scuola di comunismo in un piccolo paese del Friuli. L’attrice passa agilmente tra tanti personaggi: donne coraggiose, mamme lungimiranti, soldati burberi e un po’ tonti. La scena è composta solo da un pannello scuro e da un carro merci grigio metallo, ciò darà un bel risalto cromatico ai particolari rossi che la protagonista indosserà.

Man mano che lo spettacolo procede, sbirciamo di sottecchi Disincanto che ci sembra accennare un sorrisetto. Mah, sarà un’impressione. Però cominciamo ad avvertire un po’ di prurito.

Intanto Ondina, ragazza sveglia, ottiene incarichi di responsabilità, anche pericolosi, dai compagni comunisti irrimediabilmente buoni, coraggiosi, altruisti, onesti e leali al contrario dei fascisti (o anche solo dei loro simpatizzanti) che sono invece piattamente cattivi perché meschini, opportunisti, falsi e violenti. Sospettiamo la causa del prurito.

La staffetta partigiana ha una bella storia da narrarci, avventurosa, corre in bici e si addestra ad essere veloce (ma perché con la colonna sonora di James Bond? Sigh…). Arriviamo ad un punto cruciale: la consegna per Ondina e il suo compagno è uccidere un ex partigiano traditore che sta facendo arrestare parecchi elementi della cellula. La scena, francamente non capiamo perché, è realizzata con i burattini, e si risolve in uno sketch da guarattella, l’omicidio si consuma a suon di allegre legnate come nel migliore Pulcinella. Ora, noi saremo ormai all’antica, però ridurre in questo modo la cronaca dell’assassinio di una spia ci è sembrato fuori luogo. Scateniamo dissenso? E scateniamolo.

Marta Cuscunà ci appare attrice e autrice che non ha bisogno di adagiarsi nella troppa semplicità, e diciamo questo a ragion veduta, crediamo, perché la seconda scena con i burattini, la partigiana prigioniera nel lager di Auschwitz, è invece molto bella. Molto. Sa commuovere con una delicatezza che qui sì, è profonda: il carro merci si apre e diventa la cella del campo, la magrissima Ondina Peteani-pupazzo è mossa dalle mani dell’attrice, in guanti di gomma nera che cigolano sinistri, un suono sgradevole e di grande effetto così come la terribile lentezza dei suoi movimenti, deboli perché il corpo è fiaccato dalle privazioni.

Siamo convinti dell’utilità di parlare a teatro della Storia, dei partigiani, della guerra, delle azioni eroiche, del meraviglioso coraggio di ragazzi e ragazze poco più che adolescenti che si sono opposti al regime, e di parlarne anche ai giovani, certo! Come non esserlo? Ma troppo schematismo è rischioso, l’assenza di approfondimento è un’ingenuità che – parlando di Resistenza – è spiacevole. Siamo dell’avviso che la freschezza di Cuscunà e del suo spettacolo non soccomberebbe con un po’ di didascalia in meno e un pizzico di sfumature in più. E Disincanto è d’accordo con noi, ce lo conferma mentre usciamo a braccetto.

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