Mattia (che fu): un felice caso di serendipity

phTanya Velasquez

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RENZO FRANCABANDERA | Ci sono molti motivi per suggerire uno spettacolo. Alcuni si riferiscono allo spettacolo stesso, altri a riflessioni che possono scaturire dalla visione. In questo caso entrambi, perché si tratta di uno spettacolo ben architettato e che mi ha lasciato un interrogativo.

“Mattia – a life changing experience” ispirato a Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello è un testo di Bruno Fornasari, portato poi in scena da Fornasari stesso come regista e interpretato da Tommaso Amadio, Marta Belloni, Matthieu Pastore, Valeria Perdonò, Michele Radice.

La drammaturgia è un meccanismo narrativo abile, intrigante, che parla di un ingegnere con moglie e figli, che ripercorre la sua vita e si ritrova di fatto in una gabbia di debiti, fallimenti e progetti mancati o non voluti. La sua fuga diventa così la sua prima vera opera d’arte, per la quale troverà complicità inaspettate.

In un soggiorno asettico e sufficientemente digitale per portarci da inizi Novecento a inizio Duemila (pensato da Erika Carretta) le vicende di questa esistenza e di quelle che le girano attorno verranno intrecciate in modo pirandelliano così da non dare l’idea di poter alla fine comprendere se si tratti di una, nessuna o centomila verità, e questo è elemento a favore dello spettacolo.
Come pure a favore gioca il fatto che ad un certo punto un po’ ci si perda, non si capisca se siamo di fronte a eventi realistici o fatti fantastici.
E gioca a favore il fatto che il testo -frammentassimo, per cui le battute girano ad un ritmo vertiginoso- inizi sulla bocca di un personaggio e finisca su quella di un altro, con un montaggio verbale molto televisivo/cinematografico, quindi con una vocazione a dialogare con il pubblico contemporaneo. E’ un dialogo che gli attori stessi non lesinano in scena, agganciando almeno due tre volte lo spettatore in sala in modo diretto.

Se poi lo spettacolo parli davvero del cambiar vita e di ciò che accade quando si sparisce, questo è l’oggetto dell’interrogativo di cui all’inizio. Infatti questo evento accade, nei 90 minuti dello spettacolo, a meno di un quarto d’ora dalla fine. così viene il dubbio che appunto l’esito drammaturgico sia un classico caso di serendipity, in cui lo spunto e l’idea originale poi incontrano un’altra inaspettata strada, magari più funzionale agli equilibri scenici, e che il drammaturgo/regista abbia poi costruito su questa occasionalità un edificio sufficientemente solido e consistente da testarne felicemente la navigazione. Di quella che è la vita di Mattia con la sua nuova identità vediamo pochissimo. Nè abbiamo spazio sufficiente per immaginarla. Lo troviamo letteralmente negli ultimi 2 minuti e mezzo di spettacolo in Sud America, e di lì, come il suo predecessore letterario, cerca comunque di ricontattare il suo mondo d’origine, ovviamente con le forme della contemporaneità.

La riscrittura è interessante, depura le morbosità pirandelliane relative alla capacità / incapacità di generare, e si adatta ad un allestimento in cui gli attori entrano ed escono dal personaggio, concedendo solo nel finale il pathos allo spettatore, con le frasi smezzate che cedono il passo a micromonologhi. A volte appare un po’ gioco, ma ci sta, nella leggerezza generale dell’impianto.

Ci si trova di fronte ad un castello ben costruito, all’uscita dai cui bastioni resta solo all’osservatore critico l’interrogativo sul fondamento, sul pensiero, sull’idea che lo spettacolo vuole comunicare: rimane davvero centrale, come Fornasari stesso dichiara in un’intervista, il tema del cambiare la vita che non senti tua? O magari il focus è altrove? O forse, e questo non riusciamo a dire se sia un pregio o un difetto, è solo una fotografia in un certo modo sfuocata (volutamente o no) delle vite contemporanee e prive di responsabilità, che quindi lascia quella sensazione di voler dare ad intuire senza far comprendere fino in fondo.
Resta solo il ragionevole timore che l’abilità nella costruzione drammaturgica e il meccanismo scenico rodato come una macchina, con gli attori tutti tecnicamente all’altezza di una prova non agevole nel porgere e ricevere battute smezzate nel loro portare senso proprio, abbiano poi spostato l’attenzione della regia rispetto al tema della vita desiderata e non avuta, o della fuga da se stessi; per incontrare un messaggio forse più casuale e sfuggente, e magari per questo scenicamente efficace e di pronta comunicazione col pubblico, che infatti esce di sala contento. Purchè non ci si crogioli troppo in questo gioco.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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