Pathosformel: l’ultimo discorso su corpi gialli

ELENA SCOLARI | la-prima-periferia1De Chirico, il meccano, i corpi di plastica fusa di Pawel Althamer alla Biennale 2013, le riabilitazioni dopo un osso rotto, e siccome ho studiato un po’ anche Mejercho’ld, tiè! A tutte queste cose mi ha fatto pensare lo spettacolo “La prima periferia” di Pathosformel, visto al teatro Out Off di Milano in occasione delle ultime repliche prima dell’effettivo scioglimento della compagnia, che avverrà quest’estate a Fies, la cool factory di artisti che li ha visti nascere.

Mi devo spiegare un po’ meglio: niente scenografia, solo una pedana bianca, musica continua lenta e siderale, 3 fonti di luce livida, 3 fantocci di metallo giallo, accovacciati, 3 ragazzi di grigio vestiti, muti. Uno per volta si avvicinano con delicatezza infinita ai fantocci e li muovono, piano, con tenerezza, li spostano, li accompagnano. A tratti pare che insegnino loro a camminare, oppure che ricompongano le loro salme, con amore.

In cosa sta l’idea forte? Nel ragionare, anche dolorosamente, sul corpo, senza usare il proprio: i tre attori (forse dovrei dire performer) hanno corpi giovani e sani, che più giovani e più sani appaiono per il contrasto con i tre resti umani, vuoti e bisognosi, ma la loro presenza scenica è sempre funzionale ai fantocci. Li sorreggono, li alzano, li siedono, li ripiegano come camicie eleganti, li aiutano. Questo aspetto dell’aiuto è – a mio parere – altro punto focale del lavoro: è fortissimo un senso materno di protezione, una tenerezza nell’avvicinarsi a questi esseri fragili, che nulla possono con la loro inesistenza, Daniel Blanga Gubbay, Simone Basani e Giovanni Marocco (ideatori insieme a Paola Villani) vestono il loro grigiore e spariscono nell’attenzione chirurgica con la quale piegano le falangi, girano le teste o accomodano i piedi delle marionette metalliche, applicano a loro una vita trattenuta che non gli passano mai. Sicuramente siamo anche noi, quei corpi ridotti al minimo, in una vita dove tanta attenzione si dedica al corpo, qui la metafora è l’inutilità di tutti questi sforzi: alla fine a tutti abbiamo bisogno di tenerci su l’un l’altro. Ho pensato anche al perché del giallo, e mi sono detta che ricorda il colore dei mezzi da cantiere: benne, gru, scavatrici, sono quasi sempre gialle. Meccaniche e mosse dall’uomo, anche loro.

Ho sentito molta poesia in questi 40 minuti de “La prima periferia”, poesia nel senso stretto: dire una cosa profonda non con il minimo delle parole, in questo caso – completamente assenti – ma con il minimo dei gesti. Certo non c’è ottimismo, c’è anzi una certa desolazione ma sembra, o almeno io così voglio credere, che si veda molta fiducia nei rapporti, sembra un invito a fidarsi.

Per noi spettatori questo è l’ultimo spettacolo di Pathosformel, prima e ultima periferia, forse non ne avremmo retta un’altra, e anche il resto del pubblico stenta a lasciare la sala, salutiamo i tre gialli e i tre grigi pensando che la poesia può lasciare sfiancati. Ma ogni tanto fa bene.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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