248 kg: l’essere come insostenibile pesantezza per Esiba Teatro

h2-224x300RENZO FRANCABANDERA | Quanto il nostro tempo ha reso l’esperienza ponderale un drammatico riscontro della presenza dell’individuo nel sociale e misura dell’accettabilità o meno dello stesso entro parametri estetici che travalicano in giudizio etico e morale? Certamente fare di questo il fulcro di 248 kg di Esiba Teatro sarebbe anche fuorviante, nonostante l’incipit e l’explicit su questo si basino, e il titolo non lasci spazio ad equivoci. Ma nonostante la questione fisica sia tanto presente e viva, certamente essa funge da pretesto per un ragionamento capace di farsi ampio fra vuoti e silenzi, parole e violenze che, senza mai farsi concrete, senza mai travalicare il muro della didascalia, sanno donare in più d’un momento la tensione dei rapporti di forza e violenza fra universo adulto e bambino, e anche all’interno del mondo dell’infanzia stesso, che infine rivela le sue crudeli dinamiche.
Il lavoro inizia con una serie di immagini e simboli di grande impatto e potenza, con un’ostensione di un corpo imperfetto, i seni maschili ampi e villosi, il corpo largo di Angelo Abela che frantuma alcune uova, raccolte faticosamente in un percorso di equilibri precari. Un inizio davvero notevole, da cui si dipana poi una storia i cui interpreti sono quest’uomo fragile, Benno, che torna bambino, nel suo rapporto non facile e non innocente con suo nonno (Eugenio Vaccaro), e con un’altra bambina (Marco Pisano).
La vicenda si sviluppa negli intrecci torbidi fra i personaggi, fino ad un finale in cui il mostro obeso iniziale, in realtà lo sconfitto agnello sacrificale, inghiottirà i cocci della sua esistenza, i frammenti di un intero che non tornerà più, e che continueranno a lacerarlo dentro, come sempre accade per chi, più debole, deve subire.
La regia di Sebastiano Di Guardo sposta la messa in scena su un binario che pondera maggiormente l’elemento prosastico, a dispetto della potenza che sia in questo che nel primo esito della Trilogia della Sconfitta, Cianciana, i momenti di immagine e di lavoro sull’oggetto di scena propongono.
Sicuramente dove la parola non vuole diventare protagonista e dettare le dinamiche sceniche, il lavoro si fa più rarefatto, creativo e interessante, mentre dove il testo prende possesso dei tempi e delle relazioni fra le figure, qualcosa si appiattisce e si perde, anche nella ricerca di un ideale dialogo con il pubblico un po’ insistito.
La ricchezza visionaria delle immagini è per Esiba un terreno fecondo su cui continuare la ricerca, non a scapito della parola, ma a suo sostegno ed esaltazione.
In questo caso il complessivo drammaturgico che Tommaso Di Dio ha realizzato, stendendo i tre testi alla base della Trilogia, magari ha reso la parola, idealmente, assolutamente non sacrificabile.
Eppure l’allestimento in più d’un momento pare rivelare piuttosto chiaramente come una parte di testo possa restare non detta e resa attraverso i gesti che diventano metatesto nell’immaginario dello spettatore, cui sempre va il compito di completare l’opera d’arte, anche dove è silenzio  e solitudine. Questa sottrazione, e l’affermazione del silenzio scenico è sempre in ultima analisi una crudele scelta di cui deve farsi carico la regia.

Lo spettacolo è fino al 16 marzo a Milano a Teatro della Contraddizione



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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