Io ed E.E.: a cento passi dal mio decidere. Fra la vita e la morte

Veglia per E.E.RENZO FRANCABANDERA | Sul palco c’è una persona, Luca Radaelli, che ha raccolto le sue riflessioni sul finire naturale e innaturale della vita, a seguito del caso Englaro. E un musicista Marco Belcastro. Stop.
Per un’ora circa questa persona, che viveva a pochi isolati di distanza da casa Englaro, rilegge attraverso la sensibilità del teatro, della musica e le conoscenze della letteratura, le questioni e i dilemmi sul terminare del percorso umano che tutti abbiamo nel destino, sulla legittimità delle leggi e la supremazia del cuore e della ragione, come nel caso di Antigone, tragedia greca fra le pochissime giunte fino ai nostri giorni. Perchè sempre legge dello Stato e legge morale hanno avuto conflitto sui grandi temi della vita. E della morte. Stop.
Tutto, durante questa ora, si dipana con attenzione rispettosa, fra pubblico e artisti in sala. E’ un dialogo fra coscienze, non volgare, non ideologico. Perchè è un monologo dai toni non urlati, ma che lascia le pause e l’opportunità di pensare. Anche di dissentire. O di chiedersi: e se capitasse a me, o a chi amo? Che farei? Insomma è una roba veramente pulita, un’operazione di coscienza. Stop.

Mi chiedo, dopo quest’ora di pensieri sobri, poco artefatti, una via di mezzo fra una conferenza di tono non cattedratico, una recita non teatrale, un pensiero di tono non monologante, una laude non religiosa, cosa mai possa offendere in una riflessione così limpida, non neutra, certo, ma rispettosa e misurata, tanto da farne impedire, come da qualche parte è successo, una replica, senza prima aver visto o sentito. Comunque la si pensi. Stop.

Parlare con la propria coscienza è una ricchezza sempre. Anche quando si parla di Morte.
Veglia per E.E. non è dunque uno spettacolo. E’ un’occasione. Civile. Di capire Antigone. E il tuo vicino di casa. O il conoscente. O il campione di FormulaUno. O quel tuo familiare. O tu. Che non per un giorno, o una settimana, o un mese, o un anno, ma per diciassette anni, ormai deformato, con le unghie bianche di chi non respira vita se non artificialmente, schiavo delle macchine più che del volere di Dio, di qualsiasi dio creatore, comunichi al mondo attraverso un bip di una macchina, una macchina che ad ora certa spari nel sondino che risale dal naso nello stomaco un pastone di zuccheri e altro per tenere in vita. Stop.

Fosse che capiti a me, fosse che le creature che amo, per cui darei la mia vita, mi guardassero dai piedi di un letto con le sbarre di acciaio, ormai consapevoli che null’altro potrò dare loro, quell’amore che con ogni forza ora spingo nella loro direzione ogni giorno, e l’amore per la vita, e il rispetto di quella altrui prima ancora della loro. Fosse che avessero un dubbio. Voglio toglierglielo. Qui, ora. Con amore. Lasciate andare il mio soffio. E come chi dona gli organi, con la forza che ho cercato e cercherò di dare loro in ogni momento che mi separa da quel comunque inevitabile distacco, vadano a dare, a regalare questa forza, nella declinazione che dentro loro sarà maturata, ad altre vite, che abbisognano più che la mia, ove mai si trovasse in condizioni di irrimediabile degenza non più umana. Ferma, immobile, non più mia, in un letto di un gelido ospedale. La Vita. Stop.

Al Teatro Oscar fino al 23 Marzo e poi di certo ancora in giro in Italia.

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