Crash Trōades, per Cauteruccio è il momento di andare oltre

crash troades_ ph Matteo BrighentiMATTEO BRIGHENTI | La guerra è un coro di donne strappate all’incendio del pianto. Giancarlo Cauteruccio cerca di arginare il rigurgito delle lacrime tirando su con il naso. Troia cade e gli cade in gola, i crolli sono continui, battenti, vivi negli accenti e schianti delle batterie, dei vibrafoni e degli xilofoni del gruppo “Flampercussion” della Scuola Media “Enrico Fermi” di Scandicci, diretto dal M° Luca Marino. La sconfitta totale della città inespugnabile non ha madri, figlie né sorelle, soltanto musica e parole sfinite di singhiozzi.

Dopo il duomo di San Gimignano, l’area industriale delle acciaierie di Piombino, il Teatro Studio di Scandicci “immerso nell’acqua”, le 150 donne contro il femminicidio nel nuovo ingresso dell’Ospedale di Careggi (Firenze), il regista e fondatore di Krypton sceglie di attraversare Crash Trōades, quindi Le Troiane di Euripide, in solitudine, faccia a corpo con la violenza vile dei conquistatori greci e la dignità disperata delle donne di Troia. Persa la città, uccisi gli uomini, la schiavitù è tutto ciò che rimane loro da vivere. Una performance o meglio una lettura musicata in cui la voce rotta e rauca di Cauteruccio diventa presto incomprensibile: colpi e suoni gutturali incrinati, spezzati, richieste di aiuto di un esploratore che sa dove vuole andare, ma non riesce ad arrivarci.

“Come posso fare? Non riesco. Come inizio?” chiede tra i singhiozzi, senza pace, mentre il pubblico sta ancora prendendo posto nella sala del Teatro Studio. Si è privato delle attrici, come a Troia sono state sradicate le donne, Le Troiane appunto, di cui in scena restano soltanto i vestiti bianchi sporchi del sangue della città morta, ombre di vite perdute impiccate al soffitto. Cauteruccio tocca quei lineamenti di stoffa, li accarezza come visi di famiglia, cerca di leggerne in controluce la storia, diventare lui stesso tragedia. Poi si siede sul “trono” al centro del palco, la poltrona di qualche Luigi di Francia, e, occhi sul leggio e cuffie alle orecchie, fa esplodere Ecuba, Andromaca, Cassandra e le altre nel microfono. Ogni volta così: vestiti, poltrona, vestiti, poltrona. Per ognuna di loro. Dall’inizio alla fine.

I “Flampercussion”, undici giovani dai tredici ai diciotto anni, sbucano qua e là tra cumuli di bancali in legno. Ogni musicista è chiuso nella dimensione del proprio strumento, eppure tutti vanno a tempo, insieme, in piena e rutilante armonia, come colpi di mortaio a distanza di chilometri: i soldati non vedono a chi sparano i loro compagni, ma sanno che è il nemico, perché combattono la stessa guerra.

Cauteruccio parla e i “Flampercussion” suonano preghiere di musica, quasi riti sciamanici attorno al fuoco, per dare al futuro una parvenza sopportabile. Infatti, Crash Trōadesin solitudine, secondo gli stessi organizzatori, vuole “metabolizzare una nuova possibilità del racconto”, perché “porre in essere tempo-luogo-azione di una vicenda già avvenuta […] rende possibile uno spostamento percettivo su un altro livello di relazione con lo spettatore.” La relazione, alla prova del palcoscenico, è di tipo “self-service”,“on demand”, nel senso che ciascuno prende ciò che capisce, singole parole o frasi intere, e ricostruisce, a ritroso, un senso. Più che al regista, allora, il sottotitolo in solitudine andrebbe riferito agli spettatori, lasciati soli a farsi il proprio spettacolo. Senza un tale sforzo, questa “edizione speciale” della rilettura kryptoniana de Le Troiane è unicamente suono, per giunta ad altissimo volume.

Ogni cosa sembra immortale. Poi arriva un giorno e tutto finisce. Il progetto Crash Trōades non fa eccezione. È svuotato come un armadietto l’ultimo giorno di lavoro. Ora è tempo di ricominciare diversamente e altrove.

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