L’anatomia del corpo sociale: Marthaler e il pensiero autoptico sulla società omicida

Foto Walter Mair

Foto Walter Mair

RENZO FRANCABANDERA | Sogno di sconfitti fra Kafka e Dostoevskji, incubo sonnolento, al ralenty, dove l’umanità disegnata del regista travolge lo spettatore. Marthaler, in questi giorni al Piccolo di Milano con il “Glaube Liebe Hoffnung” (del 2012) dal testo Ödön von Horváth, è un artista con un codice netto, che trova nei suoi lavori una variazione su una serie di temi di fondo che restano forti e costanti, soprattutto nei suoi spettacoli corali e sulla società.

Non possono non venire in mente, angosciati dalle mattonelle e dalle strutture architettoniche decadenti e vecchie di “Glaube Liebe Hoffnung”, le reclusioni in garage o in ufficio di “Riesenbutzbach, eine Dauerkolonie (Riesenbutzbach, une colonie permanente)” (del 2009) o le sonnolenti passeggiate turistiche nella monumentale e ripetitiva quotidianità borghese di “Papperlapapp” del duo Marthaler – Viebrock (presentato nel 2010 ad Avignone).
E Anna Viebrock è in realtà molto presente anche in questo allestimento e nel respiro non solo scenico ma anche emotivo, in cui il colossale, ancorché fatiscente, universo di muri gialli e legni da case anni Sessanta, sovrasta i protagonisti miserabili.
Che umano ci racconta Marthaler, che convinzione personale pare venir fuori anche attraverso il lavoro affidato a un gruppo di attori sempre all’altezza, come in questo caso Olivia Grigolli, Sasha Rau, Ueli Jäggi, Jean-Pierre Cornu, Ulrich Voß, Bettina Stucky, Irm Hermann, Josef Ostendorf, Thomas Wodianka e Clemens Sienknecht?

E’ un umano di una tediosità e di una viscidezza soffocante, schiacciato in rituali esibizionistici e preconcetti. In Riesenbutzbach, sempre in una scena di uffici vecchi e d’antan, questi corpi fastidiosi facevano addirittura passerella. Qui l’esibizione è dello stato cadaverico, per una vicenda che è quella di una povera disperata che prova a mendicare un lavoro, ma per sfortune varie non riesce a galleggiare, ad entrare nel sistema e viene schiacciata dalla pietra sociale, dal suo meccanismo ripetitivo, sordo, asfissiante. E si suicida. Un personaggio già sdoppiato, che pare moltiplicarsi ancora nel finale, quando dal canale in cui si è suicidata non uno, non due, ma cinque cadaveri di ragazza vengono ripescati.

I costumi grigi e da Germania dell’Est, di Sarah Schittek, uniti alle tristi luci di Phoenix (Andreas Hofer), Johannes Zotz e alle creazioni musicali originali di Clemens Sienknecht, insieme a Marthaler stesso e Martin Schütz, conferiscono al gioco scenico una dimensione torbida, narcotizzante, lunga, finanche sonnolenta. Salvo poi, come accadeva in Papperlapapp, dove il regista aveva svegliato il pubblico facendo tremare le scalinate del Palazzo dei Papi ad Avignone con un rombo d’aereo di volume altissimo e un violoncellista stridente incastonato in un’ogiva del palazzo, costringere anche qui il pubblico a violenti e subitanei risvegli per distonie, volumi alti, frequenze informali, dissodamenti di brani fra il classico e il pop.

Succede anche qui. Con una gelida potenza che affascina ma allontana, vivifica e stordisce. Conoscere questo lato dell’opera creativa di Marthaler significa avere pazienza di leggere codici lenti. Lo spettacolo dura 200 minuti. In cui secche emotive fermano la nave della fantasia e paiono portare lo spettatore in una dimensione manicomiale e di lentezza esasperata da cui si vuol fuggire, ma anche gli squarci di illuminazioni feroci ed improvvise.
Al di là del più effimero “Mi è piaciuto: si/no”, nel lungo tempo questi spettacoli fissano alcune immagini nella mente che faticano ad andar via. Marchiano l’immaginario. Come la scenografia in decadenza che puzza di un vecchio che però è a tutti conosciuto. E riapre cassetti. Come le gelide battute di questo testo senza speranza “Cosa è successo?” “Niente”.
Come il monologo del triste musico direttore d’orchestra e pianista di piano bar, che a mezza luce, nel finale, con l’ostensione dei cadaveri, decanta la società perfetta.
Resistendo alla esasperante lentezza dello spettacolo, di tutte queste cose si arriva non diciamo a godere, ma a trarre amaro succo.
Ma in fondo, anche chi se ne va, che male fa? La sala alla fine era assai più vuota che all’inizio. Chi ha resistito, lo ha fatto con convinzione. Come chi è andato. Marthaler comunque spinge a scegliere. Tutto pur di non rimanere fradici cadaveri, come i cinque corpi di donna che vengono esibiti nella loro cruda e chirurgica assenza di vita ma forse, in fondo, più vivi di tutti gli altri corpi incapaci di scegliere un’esistenza tridimensionale, cadaveri ante mortem.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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