Anni di piombo a teatro, 2a puntata: intervista doppia a César Brie e Aldo Cassano

60412_10151497429537042_1508152498_nELENA SCOLARI | Continuiamo il dossier su Teatro e anni ’70 in Italia aperto con l’intervista al giornalista Piero Colaprico. Abbiamo incontrato i registi César Brie e Aldo Cassano (Animanera), due generazioni anagrafiche a confronto. Abbiamo condiviso con loro alcune riflessioni sul rapporto tra cronaca e resa teatrale di fatti storici.

PAC: Credete che esista una responsabilità dell’artista nell’affrontare temi legati agli avvenimenti degli anni di piombo in Italia dal momento che sono fatti della nostra storia ancora “caldi” e relativamente vicini? Pensando anche alle vittime e ai loro familiari.

CASSANO: Penso che l’artista abbia sempre la responsabilità di ciò che vuole rappresentare e del messaggio che veicola. Deve farlo con intransigenza e coraggio, evitando le trappole dell’ideologia, conoscendo i fatti, immaginando quello che non si sa o si tace. Assumersi la responsabilità nei confronti delle generazioni che non hanno vissuto quel pezzo di storia e nei confronti di chi c’era e di chi ha pagato caro. Una responsabilità che dovrebbero avere tutti quelli che cercano di capire cosa ci sta accadendo, tutti quelli che si interrogano sulle trasformazioni della realtà e sulle spinte che le determinano, tutti quelli che non possono accontentarsi delle spiegazioni di un potere che è stato in Italia corrotto, inetto e degradato.

Lo spettatore attraverso lo spettacolo teatrale deve poter avere la possibilità di elaborare, riflettere, immedesimarsi, analizzare la storia e trarne le proprie conclusioni anche in netto contrasto.

BRIE: Credo che ci sia sempre una responsabilità degli artisti. Se poi si occupano di temi ancora attuali, se devono dire qualcosa su dolori ancora presenti, quella responsabilità è maggiore. Possono “inventare” soltanto se colgono l’essenza di ciò che è accaduto. Non è lecito spettacolarizzare irresponsabilmente il dolore degli altri.

E quindi qual è la funzione che il teatro può avere nel mettere in scena questi fatti? Che peso ritenete debbano avere la componente di cronaca e quella di interpretazione?

C: Quella teatrale è la formula di comunicazione più arcaica, pretende la presenza dal vivo, è un luogo di ascolto collettivo che coinvolge tutti i sensi, crea le condizioni che permettono al cittadino di sentirsi costruttore della sua società. Che la persona diventi ascoltatore e possa riflettere su dove vive e come vive è un fatto politico, e un teatro che prende la parola in questo senso è un teatro disturbante. Il teatro può e deve reinterpretare gli eventi, raccogliere testimonianze, acquisire e diffondere nuovi elementi di informazione e controinformazione, dimostrare che c’è chi non accetta l’oblio e indurre le nuove generazioni a prendere coscienza e non cadere negli stessi errori.

B: La cronaca racconta le cose come sono state, la finzione rende esemplari gli elementi affrontati

L’elemento emotivo era fortissimo nelle azioni degli attivisti e di chi poi ha scelto la lotta armata, nonostante la maschera freddamente ideologica. Ritenete che questa sia stata una delle cause del loro distaccamento dalla realtà?

cassano

C: E’ a mio parere impossibile scindere l’aspetto emotivo da quello ideologico in una persona colta da “stato nascente rivoluzionario”. Penso che chi ha abbracciato la lotta armata, spinto inizialmente da un vento di ideali puri di ribellione che in quegli anni soffiavano sulle coscienze contro ogni genere di ingiustizia economica, politica e sociale, conseguenze di un capitalismo fagocitante, sia caduto in un’esaltazione eroica di trasformazione del mondo ad ogni costo; un processo che però, come dice anche la protagonista di Figli senza volto, ha una concausa nelle reazioni repressive della società capitalistica di quegli anni.

B: Non lo so. Chi ha fatto la scelta della lotta armata spesso apparteneva a realtà alle quali noi appartenevamo, ma non era più  capace di lottare senza vedere frutti immediati. La conseguenza è stata una scelta violenta che ha portato a commettere crimini, sparso sangue, seminato lutti e contribuito ad annientare e criminalizzare un movimento di opposizione che era molto più democratico, vasto e pieno di vita di quanto si vuole far credere. La lotta armata ha chiuso spazi a chi nel sociale cercava alternative a un modello consumistico, subalterno e servile con la propria azione e il proprio lavoro culturale, sociale e politico.

Avete un approccio diverso quando affrontate un lavoro su un “classico” che parla di fatti storici (le tragedie storiche di Shakespeare, per esempio) e uno spettacolo che affronta la Storia più vicina a noi?

C: L’approccio per me è molto simile e coincide con il mio modo di fare arte. Forse nell’affrontare i classici si deve avere una visione artistica molto soggettiva e originale, anche perché sono stati già rappresentati in milioni di modi ed è inutile ripetersi. Le storie contemporanee, sono spesso inedite teatralmente, create insieme all’autore, vanno a toccare nervi scoperti, pongono domande di schieramento, spingono a valutare le reazioni, entrano nel campo dell’impegno civile.

B: Non mi sono mai posto il problema. La distanza permette maggiori interpretazioni. La storia più vicina a noi merita di essere portata in scena, gli artisti sono in grado di cogliere gli aspetti che la storia trascura e quindi gettare sugli eventi una nuova luce.

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