L’Avaro di Cirillo: tra tradizione e contemporaneità in prospettiva centrale

original_l_avaro_1_600xfreeRENZO FRANCABANDERA | Illuminata di rosso fuoco. Su una scena complessa e particolarmente strutturata si apre il sipario del Teatro Carcano per ospitare le repliche de L’Avaro di Moliere di e con Arturo Cirillo.

Il lavoro nella sua struttura contempla una serie di riflessioni metodologico-filosofiche sul testo su cui vale la pena soffermarsi. Innanzitutto il tema della centralità del personaggio de L’Avaro rispetto alle altre figure, ancillari e quasi vuote di significato, indistinta massa di “servi di scena”. La seconda è sul concetto di inganno morale della ricchezza ma anche di tutto quello che le ruota intorno e di come il denaro falsi la percezione delle reali grandezze delle cose.

Sotto questo aspetto, l’elemento scenografico messo a punto da Dario Gessati, costruito da alcune sezioni di cubo in prospettiva centrale, spoglie e trasandate, appare un felice richiamo al gioco architettonico sostanzialmente coevo all’opera di Moliere, creato alla metà del 1600 da Borromini per Bernardino Spada, a Palazzo Spada a Roma.

Anche lì una finta prospettiva crea l’illusione che la galleria sia lunga oltre metri, mentre in realtà è lunga 8,82 metri, un’illusione dovuta all’unicità del punto di fuga, con il soffitto che scende e il pavimento che sale. Probabile lo stesso espediente ricorra in questa scena visto che l’effetto è sostanzialmente simile. L’operazione di modernità scenografica, e da molti punti di vista musicale (versioni distorte e acide di pezzi classici), pare di sentire in alcuni frammenti) non corrisponde a un altrettanto radicale lavoro sul testo, per il quale si preferisce la tradizione.

Cirillo a parte, in abito nero e parrucca, la compagine attorale, composta da Michelangelo Dalisi (Cleante), 
Monica Piseddu (Elisa), 
Luciano Saltarelli (Valerio), 
Antonella Romano (Mariana)
, Salvatore Caruso (Anselmo – Saetta – Fildavena)
, Sabrina Scuccimarra (Frosina),
 Giuseppina Cervizzi (Mastro Simone – Baccalà – Commissario), 
Rosario Giglio (Mastro Giacomo), indossa abiti slavati dalla cintola in giù (con quell’effetto varichina delle magliettine anni 90), che restituiscono un’atmosfera goticheggiante post punk. Quanto al recitato, 
preferiamo l’interpretazione misurata e non incline alla nota comica anche solo accennata, come ad altri purtroppo qui e lì capita, di Dalisi e della Piseddu. Proprio la sottrazione del codice comico dal testo infatti, potrebbe essere la maggior forza di questa lettura, che però non viene portata fino in fondo, cedendo di quanto in quanto ad una dimensione di fruibilità più allargata e facile, quindi meno radicale.

E questa questione della medietà della posizione registica fra possibilità interessanti di un allestimento audace e riproposizione capocomicale di un testo classico resta in piedi per tutta la recita. E’ indubbio che la scelta sia comunque quella di un Arpagone che mira ai grandi personaggi drammatici shakespeariani, qualcosa che ricorda perfino le interpretazioni cinematografiche di Shylock o Riccardo III di Al Pacino. L’operazione si ferma in una terra di mezzo, fra tradizione e sperimentazione, fra desiderio di rimanere vicini ad un pubblico abituato al classico “classico” e la possibilità di introdurre codici nuovi.

Cirillo restituisce un’interpretazione da capocomico d’un tempo, caricando il grosso dello spettacolo sulle spalle del suo Arpagone, allontanandosi concettualmente da letture, che pure non sono mancate, che aggiungevano pepe, ad esempio, alla figura di Frosina, presunta serva padrona, orditrice di chissà quali sofisticate trame. Arpagone qui è si sconfitto, ma in fondo teatralmente è chiamato a trionfare sul resto dell’umanità di cui si fatica a leggere uno spessore vero. Ma questa è d’altronde anche la grandezza del testo di Molière.

L’istantanea degli altri personaggi in posa, in bilico dentro una cornice che li spinge fuori dalla foto, la scelta di richiamare il codice della commedia dell’arte e dei pupi, e altre idee felici di leggere il testo oltre il testo, si fermano in un territorio dai confini indefiniti e troppo poco marcati. Sicuramente si poteva osare oltre, magari accontentando qualcuno in meno, ma spingendosi verso un ambito probabilmente più gratificante dal punto di vista della sfida. Nonostante qualche interessante incursione in territori di sperimentazione, il cui peso rimane tuttavia non tale da spostare l’equilibrio generale, il fulcro concettuale dell’esito scenico resta centrato sulla parola, mentre in questa messa in scena, a nostro avviso, le maggiori soddisfazioni arrivano proprio nei momenti in cui si passa dal codice verbale a quello non verbale.

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