Doris Day, Herbert Marcuse e la donna a una dimensione

Doris Every Day

Fotografia di Alfonso Germanò

SILVIA TORANI | Doris non è nata bionda, ma sua madre sì, e anche sua nonna. Doris ha dovuto studiare per diventare quello che è. In suo soccorso arrivano i mille prodigi dell’industria: acqua ossigenata per schiarire i capelli; peeling chimici per levigare la pelle; botox per stendere le rughe e nascondere i pensieri. Prodotti di consumo che sono i suoi amici e le sue frequentazioni quotidiane. Perché creato il problema, trovata la soluzione… e il primo giro è gratis. Tutti possono essere felici con una tonalità di biondo adeguata e il giusto paio di scarpe.

Quella descritta in Doris Every Day, al teatro Studio Uno di Roma per la regia di Pietro Dattola, è una lotta senza fine, un campo di battaglia che non si può abbandonare senza perdere la guerra. Del resto se non si è disposti a spendere un impegno costante per raggiungere i propri obiettivi è “inutile pretendere di stare al mondo”, proclama la voce distorta di Doris, posseduta dal fantasma della madre ogni volta che le luci si spengono. Perché Doris vive dello sguardo altrui; quando nessuno può vederla smette quasi di esistere, nell’oscurità torna bambina in balia di un super-io perverso che la nutre col suo latte malato. Quando sulla scena torna la luce, la sorprendiamo a succhiare avidamente una fetta di limone, da cui sembra trarre la forza per emergere dal buio e vestire il contegno che la madre le ha insegnato. Nella sua personale casa di Barbie a dimensioni reali, una stanza tappezzata di abiti rosa appesi a un filo, Doris sposta le sedie, ruota le tazzine da tè sul tavolino, sistema i limoni su un vassoio in composizioni simmetriche, ma appena sotto l’illusione del controllo e l’ansia di perfezione giace una pulsione di morte negata e respinta a colpi di sorrisi tesi come smorfie.

Doris non può seguire il suo Ken fuori dalla scena, perché non vuole uscirne: il piccolo mondo artificiale che ha ricevuto in eredità da sua madre e da sua nonna è troppo bello, troppo perfetto, pulito e senza ombre per farne a meno. Finché continueranno ad arrivare scorte di botox e deodorante spray non ci saranno problemi e lo spettro latente che vorrebbe assalirla al primo cedimento potrà essere tenuto a bada. L’arco in muratura del proscenio diventa così la cornice invalicabile dello specchio in cui desidera restare rinchiusa. “Se guardi lo specchio, lo specchio ti guarda” è il mantra che la madre recita alla piccola Doris, e forse la bambola meccanica senza età che tende le mani verso gli spettatori, indirizzandogli uno sguardo implorante mentre il suo universo crolla, altro non è che il nostro riflesso. Siamo vittime dello stesso ricatto che soggioga e vampirizza Doris, ci nutriamo delle stesse sicurezze, degli stessi bisogni, delle stesse illusioni.

Nonostante una certa ambiguità di fondo, per cui la regia non riesce mai a risolversi del tutto tra superiorità derisoria e partecipazione, e su cui la stessa promozione gioca, offrendo a tutti i biondi (naturali o artificiali) una riduzione sul biglietto d’ingresso, l’opera ispirata, inquietante e ironica di Laura Bucciarelli è molto più di una semplice riflessione sui canoni estetici contemporanei. L’assenza di un vero e proprio sviluppo narrativo non compromette la vivacità del ritmo, calibrato sulle ripetizioni e rafforzato dai molti spunti di virtuosismo attoriale puntualmente colti da Flavia Germana De Lipsis, sensibile interprete di Doris; al contrario, permette alla descrizione dei meccanismi di oggettivazione del corpo femminile di diventare il pretesto per un acuto scorcio marcusiano sulla società del benessere che vuole metterci tutti in discussione, senza distinzioni di genere.

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