Eva Braun e Rossella o’Hara: tra campi di sterminio e campi di cotone

ELENA SCOLARI | eva-sito-2A voi sarebbe mai venuto in mente di accostare Rossella o’Hara ed Eva Braun? Sì sì, proprio Vivien Leigh e la donna di Hitler. Adolf Hitler. A me no, confesso, ma a Massimo Sgorbani sì. E forse è per questo che io non scrivo testi teatrali ma sono qui comoda comoda a criticarli. Già.

Eva è una parte di Innamorate dello spavento, progetto di Renzo Martinelli su testi di Sgorbani interpretati da Federica Fracassi e dedicati alle donne di Hitler, o meglio alle “femmine” di Hitler, dal momento che anche di cagne si tratta (altro capitolo del pacchetto Führer è Blondie, il suo pastore tedesco).

Via col vento pare fosse il film preferito della Braun, Sgorbani e Martinelli provano a indagarne i motivi. Come mai una donna che si è messa al fianco del “malvagio” amava il simbolo della romanticheria cinematografica? Forse per lo stesso motivo per cui al kapò nazista piaceva Biancaneve e i sette nani? Per una sorta di rifugio positivo in ingenuo contrasto con la propria inqualificabile condotta?

Eva Braun amava Hitler probabilmente di un amore folle, folle tanto quanto lui, un amore sottomesso e fedele, accecato fino alla prostrazione. Fracassi, bravissima, recita una lunga scena erotica di pissing, che pare tanto eccitasse l’uomo, come dimostrazione di un’intimità perversa e quasi infantile, tra loro. Se possiamo capire e condiscendere al parallelo di fascinazione di una donna per il potere e per uomini che giocano alla guerra, fatichiamo però assai a paragonare seriamente la coppia Hollywoodiana con quella del Reich. Clark Gable è un’irresistibile canaglia e Scarlett è molto innamorata di lui, vero. Drammaturgicamente parlando, ci pare un po’ poco far esclamare spesso alla Braun “per dindirindina!” e proiettare le immagini del film per rendere giustificata l’idea teatrale.

La Sala Bianca del Teatro Sociale di Como ha ospitato un allestimento inusuale dello spettacolo: le immagini di Via col vento campeggiavano infatti tra stucchi, specchi, arredi antichi e soffitti decorati, l’utilizzo dei lampadari d’epoca hanno creato un bell’effetto, straniante e avvolgente, ma nonostante questa facilitazione visiva e nonostante l’indiscussa bravura di Federica Fracassi, capace di passare dalla gioia bambinesca alla peggior invidia femminile, dal ridicolo al tragico sempre con mirabile forza, abbiamo avuto la sensazione che l’operazione risultasse forzata, e che anche un’ottima attrice sembrasse al servizio di un esercizio non del tutto convincente, alla fine.
La governante Mami, grassa, nera, rassicurante nel suo grembiule a quadretti, compare nei fotogrammi che scorrono sulle pareti ed è la voce del buon senso che rimprovera di tanto in tanto Miss Braun per il suo discutibile comportamento. Magari quei due nazisti avessero avuto servitù decisa come quella!

Ma siamo sinceri: mentre scriviamo e descriviamo Eva, la scelta di avvicinare teatralmente la o’Hara e la Braun ci pare artificiale ma soprattutto poco foriera di pensieri interessanti.
Divi luccicanti e cupa opacità del male. Devozione in technicolor? Se in “Him“, performance del gruppo Fanny e Alexander che vedeva Marco Cavalcoli vestito da Hitler, in ginocchio (come nell’installazione di Maurizio Cattelan), davanti alla platea, impegnato a doppiare tutti i personaggi del Mago di Oz proiettato alle sue spalle, l’intento denigratorio e umiliante è dichiarato, qui il tentativo di entrare nella tragedia psicologica della donna fino al suicidio rimane, a nostro avviso, ambiguamente sospeso tra messa alla berlina e compassione.

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