Se un ritorno alle origini confonde la coscienza: Harrower, grande contemporaneo

Gwp_ARGOTLAURA NOVELLI | Ciò che più mi affascina nella drammaturgia britannica contemporanea è l’intelligenza di una scrittura che, in molti casi, persegue con rigorosa – ma inventiva – geometria lo schema strutturale dell’enigma. Voglio dire cioè che spesso, nei testi inglesi, scozzesi e irlandesi appannaggio degli autori viventi, il palcoscenico diventa una tribuna dialettica le cui dinamiche relazionali esistono e sussistono in virtù di un’ambiguità di fondo (chi sono realmente i personaggi? cosa li lega? chi dice il vero e chi no? quale passato si nasconde dietro le loro vite? quale futuro li attende?) che lascia al pubblico il privilegio di un’indagine agganciata ad appigli rivelatori mai esaustivi, eppure molto emblematici.

Quando poi questo stimolo speculativo, erede soprattutto di Harold Pinter, possiede la forza di muovere il ragionamento attraverso una lingua lontana da ogni enfatica tentazione letteraria e insinuando il dubbio che si tratti pure di questioni sociali/politiche/morali di interesse collettivo, la violenza sghemba della drammaturgia, quella capacità di guardare il mondo da un’altra parte, non può che risultare ancora più efficace.

E faccio un esempio. Negli ultimi anni mi è capitato diverse volte di assistere a lavori dello scozzese David Harrower, nome di punta della scena d’Oltremanica, quarantottenne nato e cresciuto ad Edimburgo, traduttore/adattatore di Schiller, Cechov, Pirandello, Fosse. La sua drammaturgia, secondo me, risponde a pieno titolo a quanto dicevo sopra. Ne ho avuto limpida riprova nello spettacolo che ce lo ha fatto maggiormente conoscere, l’allestimento prodotto nel 2010 dal Piccolo di “Blackbird” (regia di Lluís Pasqual, interpreti Massimo Popolizio e Anna Della Rosa). Poi ne ho avuto ulteriore conferma quando Gianpiero Rappa ha proposto “A Slow Air” nel circuito off della capitale, affidandone l’interpretazione a Nicola Panelli e Raffaella Tagliabue. In queste sere, infine, Tiziano Panici presenta all’Argot “Good With People”, un testo forse non così forte e coeso come i precedenti ma non meno “enigmatico” che, ottimamente tradotto da Natalia di Giammarco, il regista romano mette in scena riservando per sé il ruolo del giovane Evan ed affidando ad una straordinaria Vanessa Scalera quello di Helen, una donna di mezza età. Bastano loro per aprire il racconto di due vite lontane eppure in qualche modo connesse. Qualcosa (cosa?) del passato li lega infatti l’uno all’altra, ma lo scopriremo solo dopo un po’. Probabilmente anche in futuro si rivedranno. Noi non lo sapremo mai. Lo immaginiamo. Lo presumiamo. E in fondo non ci deve interessare visto che è proprio in questo tempo/spazio sospeso tra ieri e domani che si gioca tutta la partita di una relazione raccontata con una lingua corposa, ma secca, che vibra di continue ambiguità.

Una fragile struttura scenica di luci al neon (la firma Andrea Giansanti) restituisce efficacemente l’idea di una piccolo albergo goodwithfotodella provincia scozzese affacciato sul mare – i fatti si svolgono a Helensbourgh – dove Helen lavora alla reception e dove Evan arriva, con il suo carico di energia giovanile e ribelle, per trascorrere una nottata. Entrambi sono di lì: il ragazzo ci è tornato dopo molto tempo per partecipare al matrimonio della madre e del padre, divorziati pentiti; la donna sopporta da anni l’asfittico ambiente della cittadina e non ha mai trovato il coraggio di andarsene. In questo giovane dall’aria ruvida e dal fare smargiasso (cui Panici regala una prova equilibrata e matura) ella intravede subito qualcosa di familiare. Poco dopo veniamo a sapere che è stato proprio lui, mosso da una sorta di invidia sociale, l’esecutore di una feroce atto di bullismo ai danni di suo figlio, Jack Huges, all’epoca dei fatti compagno di classe di quell’intrigante cliente. Dunque, un evento tragico pesa su questo ritorno che potrebbe essere anche interpretato come una ricerca di perdono (casuale? premeditata?) o, per lo meno, di riappacificazione con le proprie radici. Fatto sta che lo scontro – non privo di qualche lentezza e ripetizione – si trasforma progressivamente in qualcos’altro: via via che il dialogo prosegue, intervallato da brevi stacchi di luce, parziali cambi di abito e note di Beethoven, le recriminazioni materne (quel “J’accuse” di storica memoria che tanto riecheggia il nome di Jack) cedono il posto ad una vibrante infatuazione, ad una curiosità più erotica che materna, tanto che la rigida Helen, contratta in un golfino vecchio stile e in uno chignon fin troppo rigoroso, diventa sempre più femminile, più accogliente, più seduttiva (sfumature emotive che l’interprete insegue con estrema bravura). Si sprigiona insomma una strana energia che, complici la birra, la notte, le confessioni intime, potrebbe far pensare all’inizio di una storia d’amore. Alla fine i due si salutano. Ma forse no. Come già in “Blackbird” (un controverso caso di abuso/passione tra una minorenne e un uomo maturo) e in “A Slow Air” (un ritrovarsi familiare sullo sfondo di Al Quaeda), anche qui non c’è moralismo. Non ci sono prediche né giudizi etici. Harrower non si schiera né da una parte né dall’altra. Troppi sarebbero d’altronde i recessi dell’animo umano da indagare per poter dire chi è nel giusto e chi ha torto. Dove sia il bene e dove il male. E i recessi umani – si sa – sono da sempre assolutamente enigmatici (http://youtu.be/eyIrzWTwuxI).



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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