Quello che resta de Il retro dei giorni

Ph. di Stefano Ridolfi

Ph. di Stefano Ridolfi

ANNA POZZALI | Ci sono volte in cui si sceglie uno spettacolo per il suo titolo, per quel titolo che emerge nel cartellone di un teatro. È stato così per Il retro dei giorni della compagnia romana Clinica Mammut in scena al teatro Vascello lo scorso 8 e 9 maggio.

A questo punto, si ricerca e ci si informa prima di andare a vedere lo spettacolo: Alessandra Di Lernia, drammaturga e protagonista di questo lavoro, e Salvo Lombardo, protagonista maschile, drammaturgo del suono e regista, hanno creato la loro compagnia nel 2012 a Roma; la nuova formazione ha avuto il subitaneo merito di emergere dal magma creativo della giovane sperimentazione romana vincendo con il primo studio de Il retro dei giorni dal titolo L’anticamera il Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2012. E allora si va a teatro con curiosità e un briciolo di aspettativa.

Lo spettacolo si apre in una stanza che incornicia una finestra sul nulla: una tensione verso il buio dell’altrove; e Il retro dei giorni forse ci attende proprio là, appena dopo e oltre la fase di impasse di questo tempo che tende alla fine ma sembra non finire mai.

Questa stanza anonima è sgombra di superfluo e accessori: è tutto contenuto e nascosto nelle due file di buste bianche ordinate ai lati della scena. Eppure la camera resta piena di interrogativi e di un fiume di parole che i due protagonisti, un fratello e una sorella, lasciano scorrere come un flusso di coscienza. Il retro dei giorni sembra essere allora un contenitore di frustrazione e di delusione: è la vita, una casa asettica in cui i fratelli cercano di ricordare il loro padre tra l’astrazione del suo ”entusiasmo vergine” e la concretezza della sua consapevole finitudine.

Una riflessione, un ricordo che si compone progressivamente in un questa narrazione dai tratti beckettiani in cui il senso e il non senso si confondono in un diffuso distacco e in una spiazzante apatia. A risvegliare l’emotività sono i lampi coreografici che nella loro misurata dimensione cercano – e non sempre trovano – il grottesco; e le parentesi musicali, il cui preciso disegno curato da Fabrizio Alviti è tratto dai grandi reperti sonori di Carotone, Matmos, Wagner, Verdi, Mascagni, Lambarena, Monteverdi, Giordano, The Hafler Trio, Camus, Guidi|Gibbons. L’impressione è che questi attimi durino troppo poco.

Il tempo, il luogo presente, le dinamiche e gli affetti familiari e i processi storici: non risparmia nulla questo lavoro, vuole interrogarsi sul tempo presente, guardandone le crepe e cercando di “rintracciare le responsabilità sociali, politiche”. Vuole dunque comprendere la fine nella quale tutti noi stiamo per incappare, inciampare, ma nel farlo intraprende una “lenta rincorsa all’indietro” che finisce per travolgere lo spettacolo: “lo spasmo di ricerca di senso” resta chiuso su se stesso, sul proprio passato e sembra procedere per tentativi e errori senza dirci nulla di più di ciò che è chiaro, di fronte a noi, tutti i giorni. Si resta sospesi in uno stato di frustrazione ed è Carla Tatò a rimuoverci dall’immobilità con la sua presenza video e voce, è vibrante e sembra raccontare tutta un’altra storia, più drammatica e tremenda, ricordando poco il resto di quel retro dei giorni.

Se pure è vero che Clinica Mammut riesce davvero bene a snocciolare i nostri giorni, a considerare le sfaccettature del nostro tempo, quelle “crepe” dentro le quali ricercano le responsabilità della crisi e della frustrazione dilagante non si rivelano così profonde, lasciando un sapore di incompiuto, di un grande potenziale non attuato. Senza prospettive passiamo quasi tutti i nostri giorni, forse il teatro dovrebbe avere il merito di offrirci una possibilità in più, una strada da intraprendere o, al limite, una via di fuga.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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