D’Aquino vs Raimondi: le Regine antagoniste di Alberto Oliva

regineVINCENZO SARDELLI | La ragion di stato, nelle logiche di potere, prevale sulle ragioni del cuore e del sangue. Fino a schiacciarle e a eliderle.

“Dura lex, sed lex”, in queste Regine, Elisabetta vs Maria Stuarda, che abbiamo visto al Teatro Oscar di Milano. Con due primedonne del palcoscenico, Annig Raimondi e Maria Eugenia D’Aquino, dirette da Alberto Oliva. Al regista piace osare, misurandosi con situazioni e attori diversi, e azzardi drammaturgici che s’incuneano nella sperimentazione, partendo però da una base di scuola. Acrobazie timide, con la rete aperta, a proteggere da eventuali svarioni.

La vicenda, tratta da Friedrich Schiller e rivisitata da Paolo Bignamini, è quella di Elisabetta I e Maria Stuarda, le due regine che nella seconda metà del XVI secolo si contesero il potere in Inghilterra. Elisabetta I Tudor, protestante, “Regina Vergine” figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, dovette fronteggiare varie tensioni religiose e tentativi di congiura. Maria Stuarda, sovrana di Scozia, regina consorte di Francia dal 1559 al 1560, e regina d’Inghilterra per i legittimisti inglesi (che non riconoscevano Elisabetta) tornò in Scozia alla morte del primo marito, il francese Francesco II. Qui la attendeva lo scontro con la nuova religione calvinista. Rifugiata in Inghilterra, pensava di poter essere aiutata proprio da sua cugina Elisabetta. Che invece la imprigionò per quasi vent’anni. Maria divenne il fulcro del cattolicesimo inglese. Molti complotti furono organizzati in suo nome per assassinare Elisabetta. Invece fu Maria a rimetterci la testa. La sua esecuzione fu una mannaia sul prestigio della monarchiai: per la prima volta nella storia una “regina consacrata da Dio” fu giudicata e condannata a morte.

Questa pièce, della durata di un’ora, si apre con una fuliggine che materializza le protagoniste da un tempo indistinto. Le musiche elettroniche di Maurizio Pisati, unite alle luci livide di Fulvio Michelazzi, creano un’atmosfera straniante. Come quella gabbia (di Giuseppe Marco di Paolo) che sembra racchiudere la scena. Una ragnatela, la torre-galera che imprigionò Maria. Che con il suo slancio piramidale mozzato e i suoi pioli estemporanei esprime la scalata al potere, con quel tanto di logorio e precarietà che comporta.

I costumi baroccheggianti di Ilaria Parente danno risalto alla mimica di queste regine, inizialmente fantasmi surreali, bambole silenti da teatro di figura. Poi affiorano le parole, centellinate, tremanti; quindi maestose, di solennità shakespeariana. Nasce un dialogo ambivalente tra le due donne, antagoniste e complici: odio e amore, trame e desideri repressi.

Sogni, ricordi, rimpianti, proiezioni: il registro espressivo oscilla tra pantomima e grottesco, farsa e tragedia. Esilarante Raimondi quando abbandona i panni di Maria e dà vita al fantasma decapitato di Anna Bolena. Flashback e flashforward, ripetute escursioni nella contemporaneità, dosano sorrisi accompagnati da una smorfia. Come quando Maria rievoca la Francia, l’amore con Francesco II, le corse lungo la Costa Azzurra in auto sportiva decappottabile: il ricordo proietta nel futuro. O quando l’inquieta D’Aquino-Elisabetta percorre la platea in lungo e largo, telefona al cellulare, si accomoda in sala chiedendo al pubblico che spettacolo (si) stia recitando.

La lotta per il potere è sempre la stessa: una commedia. Vince non necessariamente chi rimane sul trono. Ecco perché, a esibirsi sul cubo al centro della scena, è Maria, amante, sposa, madre. Semenza di quel Giacomo che succederà proprio a Elisabetta, regina confinata a rappresentazione astratta e patetica del potere: mai pienamente donna, interprete di una vita vissuta a metà.

Uno spettacolo senza sussulti geniali, ma calibrato. Che ha il suo nerbo nell’interpretazione maiuscola e nel carisma scenico delle attrici. Qualche debolezza sta nel testo, nelle escursioni anacronistiche umoristiche che rimangono sopite, e fissano negli spettatori un sorriso incerto. Ma forse è giusto così. Di fondo, nelle trame dei potenti, l’amarezza prevale sulla satira.

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