Ci vuole Rodari per leggere il mondo con gli occhi degli altri

suiterodarifoto1LAURA NOVELLI | Proviamo a capovolgere la realtà e ad immaginare un filobus birichino che non rispetta orari e tragitti, un semaforo che diventa improvvisamente azzurro, delle macchine industriali che si rifiutano di costruire armi, una Cenerentola romana eletta Miss Universo, un re stagliato sul pentagramma senza corona, un funerale con epilogo tragico, un’eclissi di sole scambiata per un cerchio nero e un imperatore così sciocco da sentirsi adulato per un vestito che non indossa e da scambiare la sua nudità per sontuosità. Ne ricaveremmo un mondo rovesciato prodigo di poesia; un universo sghembo, delicato, naïf, che ce la dice lunga sulla stupidità degli uomini – tanto più degli adulti e dei potenti – ricordandoci quella massima senza tempo de Il piccolo principe secondo la quale “l’essenziale è invisibile agli occhi”. E non poche affinità con l’incantevole inquilino dell’asteroide B612 possiede la fantasia di Gianni Rodari, scrittore per l’infanzia che andrebbe letto e riletto in diverse stagioni della vita e che, in quanto a mostrare ciò che risulta invisibile agli occhi, è stato un impareggiabile genio.

Il filobus numero 75, Il semaforo blu, La rivolta delle macchine, Miss Universo dagli occhi color verde-Venere, Il sole nero, Il funerale della volpe, Un re senza corona e Il vestito nuovo dell’imperatore appartengono alla sua produzione di racconti e costituiscono le diverse tessere che Roberto Gandini (regista) e Attilio Marangon (drammaturgo) hanno messo insieme nell’arioso Suite Rodari. Allegretto, surreale con moto, ennesima bella produzione del “Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli” (un’esperienza formativa unica nel suo genere, di cui ho scritto nei precedenti contributi www.paneacqua.info/2012/07/allenareleemozioni-tra-scuola-e-teatro e www.paneacquaculture.net/2013/05/14/diciannoveragazzieilmiracolo) ed ennesima riprova che il palcoscenico può fare miracoli quando si tratta di educare i giovanissimi ad accettare le proprie fragilità, a comprendere quelle dei coetanei, a condividere un’esperienza creativa che è e vuole essere innanzitutto un’occasione di crescita umana.

I diciotto ragazzi coinvolti nel progetto (alcuni dei quali con disabilità) si muovono perfettamente a loro agio tra le montagne russe surreali (ma sarebbe meglio dire surrealista) di Rodari: passano da un quadro all’altro con naturalezza spiazzante, aiutati dallo splendido accompagnamento musicale di Roberto Gori che, scherzoso e frizzante, funge da personaggio vivo sempre presente, interlocutorio, espressivo, imprescindibile dalla drammaturgia delle parole. Quello che ne deriva è dunque un gustoso suiterodarifoto2cabaret dai toni funambolici e stralunati, un montaggio della attrazioni fluido, organico e divertente dove, complici le agili scenografie di Paolo Ferrari e gli accurati costumi di Loredana Spadoni, gli interpreti (anche ottimi cantanti) azzerano le differenze, fanno piazza pulita delle gerarchie, ridicolizzano cliché e luoghi comuni, confondono i confini tra perfezione e imperfezione, entrando a gamba tesa nella filosofia di Rodari, nel suo pensiero altro. “La parola singola (gettata lì a caso con la sua forza evocativa di immagini, ricordi, fantasie, personaggi, avvenimenti del passato…) – scrive nella Grammatica della fantasia – agisce solo quando ne incontra una seconda che la provoca , la costringe ad uscire dai binari dell’abitudine, a scoprire nuove capacità di significato…Una storia può nascere solo da un binomio fantastico”.

Qui di binomi fantastici ce ne sono a iosa e costituiscono l’essenza del lungo e appassionato lavoro fatto prima di andare in scena. In quel tempo del gioco, delle acrobazie dell’immaginazione, delle sfide fisiche e psicologiche, delle relazioni profonde senza il quale anche uno spettacolo curato e prezioso come Suite Rodari, debuttato all’Argentina nei giorni scorsi e ottavo allestimento del Laboratorio dedicato all’immaginario dell’autore di Omegna (basti ricordare titoli come Circo Rodari, La sirena di Rodari, La storia di tutte le storie) perderebbe di significato.

E il significato autentico di questo festoso viaggio nel fantastico nessuno ce può raccontare meglio di Gandini stesso: “Siamo nel 1995, durante il primo Laboratorio Teatrale Integrato “Piero Gabrielli”: un ragazzo con la sindrome di Down, sta facendo l’improvvisazione delle scarpe, un esercizio che consiste nel fingere di indossare un paio di scarpe e di muoversi di conseguenza […]. Ebbene, Diego, questo il nome di quel ragazzo, dopo aver indossato delle misteriose calzature, si mette a ballare soavemente coinvolgendo tutti i presenti, ragazzi e adulti. Io gli dico: “Belli questi movimenti, Diego, ma… di chi erano le scarpe? Chi stavi facendo?” E lui: “Ero una farfalla, ballavo!” […] I ragazzi con disabilità come Diego si trovano perfettamente a proprio agio nel mondo surrealista, e anzi, molti comunicano quasi esclusivamente in maniera surreale. A volte è un surrealismo involontario, cioè legato a quella disinibizione per cui ragazzi con disabilità esprimono pensieri e sentimenti così come vengono, senza star troppo a pensare, senza valutare tutte le conseguenze. Altre volte invece è un modo cosciente, provocatorio, una maniera di essere che vuole stimolare l’interlocutore a un confronto disinibito e che permette di non prendersi troppo sul serio” (www.pierogabriellinellescuole.it).



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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